Elena di Troia: Quella bellezza di una regina nata per uccidere

Gli amori, i tormenti, i rimorsi della giovane che causò la guerra più famosa dell’antichità
Gli amori di Paride ed Elena, particolare dal dipinto di Jacques-Louis David, 1788

Gli amori, i tormenti, i rimorsi della giovane che causò la guerra più famosa dell’antichità

di Paola Capriolo

Sposò Menelao, poi Paride
Quando finì il lungo conflitto tornò a Sparta dal primo marito
Il suo fascino fu strumento delle trame ordite dagli dei

Nella reggia di Menelao, così fastosa da competere con le dimore degli dei, si aggira una donna dalle belle chiome, dalla veste lunga e fluente, il cui volto risplende di una luce malinconica, simile a quella della luna quando le nubi ne velano il fulgore. Se il sovrano riceve qualche ospite nell’alta sala rivestita d’oro e di bronzo, la donna li raggiunge, preceduta dalle sue ancelle che recano per lei un trono, un tappeto, un grande cesto d’argento colmo di filo ben torto sul quale è posata una conocchia d’oro; allora, dopo aver rivolto ai visitatori uno sguardo timoroso, siede sul trono che è stato sistemato dalle ancelle accanto a quello di Menelao, e mentre fila distrattamente la lana partecipa con frasi caute e forbite alla conversazione degli uomini.

In casa

È la padrona di casa, eppure la diresti una straniera tanto appare timida e spaesata, incapace di sostenere a lungo le occhiate penetranti che gli ospiti le rivolgono e persino di correggere con un ordine un po’ brusco le frequenti disattenzioni delle ancelle. Il contegno, il modo di esprimersi, rivelano i suoi alti natali, ma ogni volta che parla di sé si definisce una cagna, e con una voce sommessa e educata che stride con il significato delle parole aggiunge che per lei sarebbe stato meglio non nascere oppure essere morta da tempo. E la cosa più sconcertante è che a simili frasi, pronunciate del resto con la naturalezza di un intercalare abituale, nessuno dei presenti muove la minima obiezione, anzi, esse sembrano incontrare da parte di tutti un tacito consenso.

Una scortesia ingiustificabile, senza dubbio, se la donna non si chiamasse Elena, sposa di Menelao, poi di Paride, poi ancora di Menelao; Elena distruttrice di navi, che tornando a quella reggia dai lontani lidi della Troade si è lasciata alle spalle una città distrutta, fumante sulle sue rovine, e schiere di eroi morti o lasciati a vagare per anni sulle vie del mare da numi corrucciati che impedivano loro il ritorno. Così anche qui, in questa terra di Sparta di cui è nuovamente regina, non vi è chi non la guardi con odio, e persino le ancelle addette alla sua persona tengono verso di lei un atteggiamento arrogante, poiché loro magari non saranno regine, ma in compenso non portano un nome maledetto; non saranno figlie di Zeus, ma i genitori non devono rimpiangere di averle date alla luce; non possiedono quella bellezza straordinaria, mai veduta in donna mortale, ma sono convinte che la stessa Elena, potendo, avrebbe rinunciato volentieri a un dono così gravido di sventura.

E forse hanno ragione, perché è proprio la bellezza, prima ancora della fama di distruttrice, a fare di Elena una straniera, qui come a Ilio, fra gli achei come fra i troiani. Quando un giorno, durante il decimo anno d’assedio, presa da nostalgia si gettò addosso un velo di bianchezza splendente e andò alle porte Scee per guardare dall’alto delle mura l’esercito greco, tra i vecchi che là sedevano si levò dapprima un mormorio reverente, come dinanzi a un prodigio. Quella donna, dicevano, somiglia talmente a una dea, da giustificare tutte le sofferenze che achei e troiani sopportano per lei; e già Elena si compiaceva di tali parole, e avrebbe seguitato a compiacersi se i vecchi non avessero poi espresso in un coro unanime la speranza di vederla ripartire al più presto per l’Ellade su una rapida nave. Allora lei se ne tornò sconsolata nel suo palazzo, dove le altre nuore di Priamo raramente si degnavano di metter piede, e riprese a tessere il manto cui lavorava da tempo, un grande manto di porpora sul quale andava ricamando le scene delle battaglie combattute per lei dai due eserciti nemici.

In quel manto cercava spesso una risposta alla domanda che continuava a porre invano al proprio cuore: ne esaminava attentamente i ricami per scoprire se le sue dita avessero posto maggior cura nel ritrarre i troiani oppure i greci. Paride oppure Menelao; ma erano tutti uguali, figurine minuscole e indistinguibili dominate da quelle più grandi degli dei che stavano ritti alle loro spalle contemplando la mischia con sguardo imperturbato.

Già, gli dei: lei crede di conoscerli bene, e non soltanto come figlia di Zeus. Elena conosce gli dei perché lei stessa è stata un loro strumento, o un loro gradevole dono, secondo le parole usate una volta da Paride con ironia involontaria. Conosce soprattutto Afrodite, la più crudele tra le abitatrici dell’Olimpo, la più incline a prendersi gioco dei mortali con lusinghe e promesse illusorie. Afrodite che ama il sorriso: così la definiscono gli aedi, e sulla natura di quel sorriso Elena potrebbe certo dire la sua, se timore e venerazione non le sigillassero le labbra. Con un sorriso la dea la donò a Paride strappandola alla sua casa e conducendola tra le remote mura di Ilio e con un sorriso l’ha poi restituita a Menelao, che l’ha ripresa con sé quasi senza batter ciglio: forse perché persuaso dalla strana favola architettata da qualche cortigiano compiacente, secondo la quale a fuggire con il principe troiano non era stata Elena in carne e ossa, ma soltanto un suo simulacro che una divinità in vena di burle aveva plasmato per l’occasione con i vapori di una nuvola. Ma è più probabile che a indurre al perdono il marito tradito sia stata piuttosto la prospettiva di essere alloggiato dopo la morte nei Campi Elisi, dove non piove mai e il clima si mantiene perennemente mite: un privilegio che gli sarebbe spettato solo in quanto sposo di Elena e, di conseguenza, genero dello stesso Zeus.

Ombra triste

Ancora adesso, mentre si aggira come un’ombra triste per la reggia di Sparta, Elena si stringe incredula nelle spalle al pensiero che proprio lei, la cagna, la donna funesta tra tutte, possa essere causa di quella beatitudine postuma. Il suo destino invece, a quanto dicono alcuni, sarà più ambiguo anche dopo la morte: dovrà separarsi di nuovo dal marito legittimo per essere compagna di Achille, del distruttore di Troia, e vivere con lui su un’isola ammantata di cipressi, vietata ai naviganti dopo il calar del sole, dove sorge un tempio che gli uccelli purificano quotidianamente sfiorandolo con le ali intrise d’acqua salmastra.

Eppure, per quanti sforzi faccia, non riesce a immaginarsi su quell’isola. Se pensa a ciò che le accadrà dopo la morte non si figura nulla se non le parole degli aedi che nei secoli canteranno la sua gloria e la sua vergogna, il dono funesto della sua bellezza e la sventura che esso causò a due popoli. Solo per questo, ne è perfettamente consapevole, gli dei accecarono la mente a lei e a Paride inducendoli a quella fuga rovinosa, per questo spinsero gli achei a prendere il mare sulle rapide navi e a raggiungere in armi la piana di Ilio: perché la loro sorte maligna si eternasse nei versi dei poeti e anche in futuro, per le genti a venire, vi fosse materia di canto.

* * *

IL MITO

La figlia di Leda e del cigno Zeus nell’assedio cantato da Omero

Elena («splendore del sole») era figlia di Zeus e della mortale Leda. Secondo la leggenda, il dio, invaghitosi della bella regina moglie di Tindaro, per sedurla si trasformò in cigno. Per alcuni, Elena sarebbe nata da Zeus e dalla dea Nemesi. Visse alla corte di Tindaro con la sorella Clitemnestra e i due gemelli Dioscuri. La sua bellezza era straordinaria: Teseo, l’eroe di Creta, si innamorò di lei vedendola, bambina, danzare nel tempio di Diana. Quando fu in età da marito, Tindaro fece giurare ai pretendenti, numerosissimi, di difendere in caso di bisogno colui che Elena avrebbe scelto. Scelse Menelao, re di Sparta. Paride la rapì con l’aiuto di Venere, grata al principe troiano che l’aveva eletta la più bella fra le dee. Menelao, allora, mosse guerra a Troia. I principi greci corsero in suo aiuto per rispettare il giuramento fatto a Tindaro. L’assedio, cantato nell’Iliade di Omero, durò dieci anni. Poi, Elena tornò a Sparta con Menelao. Secondo alcuni a Troia non sarebbe andata lei, ma un suo simulacro.

Corriere della Sera, 1 Settembre 2002

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