Viva le donne

Serve ancora l’8 marzo? Sì, la strada da fare è ancora molto lunga. Difficoltà e discriminazioni segnano ancora, e profondamente, la vita delle donne; e nuovi rischi anzi si affacciano a contrastare il processo di liberazione della donna.
Nilde Jotti

di Nilde Jotti

Molta acqua è passata sotto i ponti dal marzo 1908 quando, chiuse dal padrone in una fabbrica di New York, 129 operaie morirono in un incendio*. I movimenti femminili, che avevano appena cominciato ad esistere e ad agire, sentirono subito in quella data il simbolo dei diritti delle donne ed insieme di tutti gli oppressi.

Da allora l’8 marzo si è mantenuto come una sorta di filo sottile che legava le lotte femminili, le loro vittorie e le loro sconfitte. Ricordo la giornata della donna anche nei periodi più bui della nostra storia, nei momenti più critici. Ricordo quando, durante la guerra di Liberazione, portare la mimosa per segnare l’8 marzo era anche un gesto di sfida al nazi-fascismo e di affermazione di valori generali di libertà e di pace.

Certo, il significato di questa giornata, il modo di considerarla e di viverla è molto cambiato; ha seguito il processo difficile, contraddittorio ma anche esaltante di emancipazione e di liberazione delle donne.

Ancora vent’anni fa solo le donne attive nei movimenti sapevano che cosa fosse l’8 marzo. Oggi invece è una ricorrenza collettiva così acquisita alla coscienza comune da rappresentare un punto fermo di riflessione. Anche in questo c’è un segno importante di quanto profondamente è cambiata la condizione femminile.

In realtà in questi anni è cambiato tutto, nella società italiana, e molto rapidamente. Pensiamo a come è diversa l’economia, la struttura sociale, i rapporti tra settori produttivi, tra città e campagna. Ma più di tutto sono cambiate le condizioni e le prospettive delle donne. C’è stata un’avanzata impetuosa nell’istruzione, nella presenza nel mondo del lavoro, nell’affermazione della parità dei diritti. Ci sono state le grandi e vittoriose battaglie civili per il divorzio, per il nuovo diritto di famiglia, per l’aborto.

Ma soprattutto si è imposta tra le donne una nuova, forte consapevolezza di se stesse, del proprio valore, delle proprie possibilità; si è imposto un rapporto nuovo tra uomo e donna, più libero e più aperto, che comincia ad essere meno condizionato dal peso della divisione dei ruoli.

Allora, serve ancora l’8 marzo?, come mi ha chiesto ieri una ragazza. Ho risposto di sì, e con forza: la strada da fare è ancora molto lunga. Difficoltà e discriminazioni segnano ancora, e profondamente, la vita delle donne; e nuovi rischi anzi si affacciano a contrastare il processo di liberazione della donna.

Sono profondamente convinta che questo processo sia andato così avanti e ci ponga oggi di fronte a questioni tanto complesse da richiedere grandi mutamenti della società e dell’economia. Inoltre credo che bisogna essere consapevoli del fatto che le conquiste delle donne — malgrado tutto ancora i soggetti più deboli — possano essere messe in discussione, ed alcune già lo sono, da grandi processi di crisi e di ristrutturazione; da tendenze che, esaltando le leggi del mercato, emarginano intere fasce della società; da linee di sviluppo che non tengono adeguatamente conto della esigenza, sociale e morale prima che economica, di dare a tutti, e a tutte, la possibilità di lavorare.

Le donne non possono oggi permettere che vengano meno compiti e responsabilità dei poteri pubblici, riportando all’interno della famiglia, e quindi sulle loro spalle, problemi che devono essere invece affrontati e risolti sul piano collettivo e quindi politico.

Abbiamo oggi di fronte una grande occasione di progresso che può tradursi — se non sapremo orientarla — in un drammatico rischio di arretramento e di emarginazione per le donne e per larghi gruppi sociali: la profonda trasformazione che le nuove tecnologie stanno introducendo negli strumenti e nei metodi di produzione.

Io credo che anche in questo caso si dimostri come oggi le prospettive dello sviluppo della società abbiano bisogno della spinta riformatrice che viene dalle donne. In questo senso le donne sentono per esempio in modo particolare l’esigenza, comune a uomini e donne, di una riduzione del tempo di lavoro — oggi resa possibile dalle nuove tecnologie — che consenta di vivere le altre dimensioni essenziali della vita.

Questo significa una nuova figura ed un nuovo significato della famiglia, fondata su una pari responsabilità dell’uomo e della donna, e su una forza e una consistenza nuove dei valori umani e dei rapporti interpersonali.

Il problema di oggi per le donne mi sembra dunque non solo la parità, ma insieme la trasformazione della società per affermare i valori e le esigenze di cui le donne sono portatrici non esclusive ma certamente primarie.

In questi valori e in queste esigenze sta il segno etico del futuro. Per questo parlare oggi dell’8 marzo significa, io credo, parlare del volto futuro dell’umanità.

Corriere della Sera, 8 marzo 1986

* In questa data, secondo una diffusa credenza, vi sarebbe stato l’incendio nella fabbrica di New York nel quale morirono 129 operaie donne, e che avrebbe quindi dato origine alla Giornata internazionale della donna. In realtà si tratta di un equivoco con l’incendio della fabbrica Triangle, avvenuto il 25 marzo del 1911 con 146 vittime

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