Il bene di farsi male

Quando è esplosa la ridicola polemica sulla caricatura di Elly Schlein firmata sul Fatto da Francesco Federighi, abbiamo pensato che la replica migliore non fosse quella di spiegare cos’è la satira e cos’è una caricatura ai nostri innumerevoli censori. Molto meglio rinfrescarci tutti la memoria e regalare ai nostri lettori le migliori copertine del papà della moderna satira italiana: Il Male.

di Marco Travaglio

Due chiappe con le orecchie a sventola e gli occhiali: questa era per Il Male la faccia di Giulio Andreotti, sette volte presidente del Consiglio, 34 volte ministro e parlamentare dal 1948. Storie di (stra)ordinaria satira politica, come il nano Fanfani con le gambe stiracchiate, il Craxi sempre grasso ora pagliaccio e ora ladro (14 anni prima di Mani Pulite), il “Cossiga tonné”, il Berlinguer putrefatto e la bestemmia “porco Pertini” (immaginatevela oggi su Mattarella). L’altro giorno, quando è esplosa la ridicola polemica sulla caricatura di Elly Schlein firmata sul Fatto da Francesco Federighi, abbiamo pensato che la replica migliore non fosse quella di spiegare cos’è la satira e cos’è una caricatura ai nostri innumerevoli censori, non si sa se più ignoranti o più in malafede: sarebbe stato come spiegare le barzellette a chi non le capisce. Molto meglio rinfrescarci tutti la memoria e regalare ai nostri lettori (gli unici dei quali ci importa) le migliori copertine del papà della moderna satira italiana: Il Male, appunto, la rivista ispirata al francese Le Canard enchaîné e fondata nel 1977 da Pino Zac, che arrivò a vendere nelle edicole la bellezza di 140 mila copie, fece danni fino al 1982 e poi figliò eredi del calibro di Tango (inserto dell’Unità), di Satyricon (inserto di Repubblica) e di Cuore (prima allegato all’Unità, poi autonomo). La banda Zac schierava disegnatori, grafici, vignettisti e scrittori come Vincino, Angese, Calogero “Lillo” Venezia, Vincenzo Sparagna, Andrea Pazienza, Giuliano, Enzo Sferra, Jacopo Fo, Cinzia Leone, Sergio Saviane, Alain Denis, Roberto Perini, Jiga Melik, i nostri Riccardo Mannelli e Vauro Senesi e tanti altri.

Non tutti i bersagli erano cinicamente sportivi come Andreotti, che mai querelò. Ma soprattutto non tutti i giudici erano affezionati all’articolo 21 della Costituzione: infatti la rivista subì innumerevoli sequestri preventivi, denunce, censure, processi, condanne per diffamazione, blasfemia, oscenità, vilipendio. Uno dei direttori, Venezia, fu il secondo giornalista della storia repubblicana a finire in galera (dopo Giovanni Guareschi) per vilipendio della religione e di un capo di Stato estero (papa Giovanni Paolo II, che il Male chiamava “Giampaolo II”, beccandosi per quella sola accusa la bellezza di 100 processi).

Il primo incidente scoppiò al battesimo a Villa Borghese, dove la banda del Male inaugurò un beffardo busto di Andreotti in marmo, subito sequestrato dalla polizia. Alla cerimonia presenziava anche un giovane Roberto Benigni, denunciato con Sparagna e Vincino per essersi fatti beffe del cognome del funzionario della Digos, autore della confisca del prezioso manufatto, un certo Pompò: immaginate come.

Un’altra volta la forza pubblica si mobilitò per l’annuncio di “Dieci grammi di droga gratis” col Male, per poi scoprire il mesto contenuto delle bustine allegate: qualche granello di pepe.

Furono cinque anni di curaro a base di vignette, caricature, racconti, poesie, interviste vere e false, inserzioni pubblicitarie di noti marchi rivedute e corrette, fumetti a dir poco estremi. Il tutto spesso firmato con pseudonimi per (provare a) scampare alla mannaia della censura.

Il periodo aureo fu quello dei falsi d’autore, cioè delle finte prime pagine dei quotidiani. Le più celebri sono quelle de La Stampa, Paese Sera e Il Giorno che annunciano l’arresto di Ugo Tognazzi vero capo delle Brigate Rosse (“Rivendico il diritto alla cazzata”, commentò l’attore, che aveva partecipato alla beffa facendosi fotografare in manette). Ma anche il fotomontaggio dell’auto-impiccagione di Maurizio Costanzo dopo la chiusura del suo settimanale L’occhio. Il falso Corriere dello Sport che spara l’annullamento dei Mondiali del 1978 perché la squadra dell’Olanda che ha battuto l’Italia è tutta dopata. La finta Unità in cui il segretario del Pci Enrico Berlinguer comunica la fine del compromesso storico con la Dc. Il farlocco Corriere della Sera sul primo, storico vertice fra una delegazione dell’Onu e una degli Ufo. L’attualissimo fac-simile di Repubblica con la foto di un fungo atomico e l’annuncio della terza guerra mondiale. E la beffa anticomunista del numero fake di Trybuna Ludu, organo del regime polacco, che ufficializza la fine del governo Gierek e la nomina a re di papa Wojtyla, distribuito in Polonia proprio durante la visita del pontefice nella terra natìa.

Irriverente coi santi e coi fanti, impietoso coi vivi e pure coi morti, il Male sghignazzò durante tutto il sequestro Moro: dopo il rapimento, lo raffigurò con la faccia da scroto; il dibattito fra la linea della fermezza e quella della trattativa fu liquidato con un Craxi che canta gli stornelli delle osterie romanesche sotto il titolo “Il partito della trattoria”; e il giorno dei funerali, ecco una falsa prima pagina di Repubblica col titolo cubitale: “Lo Stato si è estinto”.

Oggi basta un’occhiata a quelle copertine per capire la ridicolaggine, la mestizia, la mediocrità delle polemiche di questi giorni e far sorgere un’inguaribile nostalgia per quella sfavillante stagione di libertà, talento, genialità, spregiudicatezza, perfida e scanzonata iconoclastia e “diritto alla cazzata”, quando sia la satira sia la censura erano cose serie. Cioè prima che a soffocare il tutto arrivassero il conformismo, il servilismo, il politicamente corretto e piagnone dei nani della politica e del giornalismo. Che più fanno ridere e meno sanno ridere.

Il Fatto Quotidiano, 18 marzo 2023

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