Nessuno sa cosa si siano detti Trump, il cognato Kushner, il segretario di Stato Rubio, il redivivo Blair e il ministro israeliano Saar nella riunione dell’altra sera sul futuro di Gaza. Ma gli orrori quotidiani nella Striscia dovrebbero indurre tutti a sperare che un piano esista. Uno qualsiasi. Nulla può essere peggio che lasciar gestire da Israele quel fazzoletto di terra: un decimo della Val d’Aosta, popolato da 2,3 milioni di palestinesi e lastricato di macerie e cadaveri. Qualunque soluzione è meno peggiore: anche un protettorato internazionale temporaneo con Usa, sauditi, emirati e Ue: Paesi che non sterminerebbero né affamerebbero i civili. L’Autorità nazionale palestinese di Abu Mazen non ha né la forza, né la credibilità, né i capitali per farsi carico di una ricostruzione da almeno 100 miliardi di dollari. Hamas si è messa fuori gioco con la mattanza del 7 ottobre. Israele – che con Sharon nel 2005 aveva saggiamente ritirato soldati e coloni da Gaza – con Netanyahu ha superato ogni limite di disumanità e impiegherà decenni per lavarsi le mani insanguinate. Ogni alternativa all’Idf è il male minore, anche se viene da personaggi come Trump e Kushner e da politici falliti e affaristi come Blair. Per attrarre capitali occorre offrire agli investitori privati lauti guadagni. E nessuno Stato ha i mezzi per finanziare una mega-operazione di bonifica, muratura dei tunnel, sminamento e riedificazione da zero. Moralismi e ironie sul Piano Riviera lasciano il tempo che trovano: con quel clima e quella posizione, Gaza può diventare uno splendido polo turistico e un centro agricolo d’avanguardia. Come il Libano prima della guerra civile. Ma a una condizione: che i palestinesi siano parte del piano, lavorando e guadagnando prima nella ricostruzione e poi nelle nuove attività economiche. La prospettiva di una vita finalmente normale potrebbe indurli ad accettare sacrifici, spostamenti e precarietà negli anni dei cantieri, mentre ora ne hanno una sola: se sono anziani fuggire coi bambini (nessuno sa dove), se sono giovani o adulti arruolarsi in Hamas.
Un progetto esiste già: l’ha elaborato un anno fa l’economista Joseph Pelzman della George Washington University. Prima del voto di novembre Trump se lo fece inviare, poi iniziò a farlo proprio, ma con una differenza fondamentale: l’esclusione dei palestinesi, senza peraltro precisare dove dovrebbero andare, visto che nessuno li vuole e i vicini arabi tengono le frontiere sigillate. Parlarne ora, a mattanza in corso, non è prematuro: è doveroso. Infatti persino Trump si pone il problema, mentre la famosa Europa non ne fa parola. Le guerre (anche a senso unico come questa) finiscono solo quando c’è almeno una vaga idea sul dopoguerra.
Il Fatto Quotidiano, 29 agosto 2025