“Il vantone” di Pier Paolo Pasolini (da Plauto)

Il vantone (Lo spaccone) è un testo teatrale di Pier Paolo Pasolini, composto nel 1963. È una traduzione in gergo romanesco del Miles gloriosus, commedia in cinque atti di Plauto. Recensione di Ennio Flaiano

di Ennio Flaiano

Come la cavalleria mongola, Pasolini onnipresente e invisibile attacca all’improvviso e un momento dopo non c’è più e soltanto una nuvola di polvere all’orizzonte ricorda il suo passaggio. Lo stavamo pensando immerso nei folti problemi della trasposizione cinematografica del Vangelo di san Matteo, nella ricerca dell’interprete di Gesù, che dovrebbe essere il biondo e ribelle poeta russo Evtuscenko, mentre è quasi certo che il calvo e ribelle poeta italiano Gaio Fratini sarà Ponzio Pilato, ed ecco che sui muri si annuncia Il vantone di Pier Paolo Pasolini. Viene spontaneo di correggere: Pier Plauto Pasolini, poiché dopo qualche giorno la pubblicità si fa più chiara e si viene a sapere che si tratta del Miles gloriosus di Plauto*, nuovamente tradotto, nient’altro che lui, il sempre imitato e mai raggiunto Miles. Lo presenta la Compagnia dei Quattro, al Teatro Quirino. Ci andiamo sperando sinceramente di divertirci, perché sappiamo com’è difficile e persino inutile ridurre Plauto, rendere chiari i suoi intrighi e piacevoli le sue situazioni. Quanto al personaggio del soldato millantatore, così fortunato nei secoli passati, niente di meno attuale: i soldati non si vantano più e la spacconeria alligna meglio in altre classi e categorie, non esclusa la classe letteraria. Comunque l’occasione è tentante e c’è la garanzia degli attori, che sono giovani e pieni di brio: Valeria Moriconi. Glauco Mauri e Michele Riccardini, che già hanno brillato nella Bisbetica domata; e la garanzia di Franco Enriquez, un regista che ha un senso del comico abbastanza acceso, con tendenze callottiane.

L’interno del Teatro Quirino, con le sue pareti addobbate di stoffa a strisce verticali ricorda l’interno di un pigiama, il che dovrebbe generalmente conciliarci il sonno. Vediamo invece lo spettacolo nelle migliori condizioni, svegli, da una poltrona delle prime file, a sipario aperto e dal principio alla fine. Siamo quindi in grado di parlarvene, cominciando dall’autore.

Pasolini non è scrittore da mettersi a confronto con un commediografo antico di 21 secoli senza farsi domande. Anzi, sua prima cura, accingendosi a un lavoro tanto impegnativo (benché risolto poi in tre settimane) è stata quella di accertarsi se in Italia, oggi, «esisteva un teatro analogo a quello in cui affondava le sue prepotenti radici il lavoro di Plauto». Era evidente che, trascorso tanto tempo, questo teatro non poteva esistere; e nella prefazione al programma dello spettacolo Pasolini ci dice infatti che non esiste. Gli è venuto allora di chiedersi «per che palcoscenico e per quali spettatori doveva tradurre la commedia… dove trovare una sede dotata di tanta assolutezza, di tanto valore istituzionale». Nel teatro dialettale? Sì, ma il teatro di Plauto non è dialettale. Il teatro corrente, “ad alto livello”? No, il teatro corrente ad alto livello gli fa orrore per il suo Birignao. Non gli restava che l’avanspettacolo… «Be’, qualcosa di vagamente analogo al teatro di Plauto, di così sanguignamente plebeo, capace di dar luogo a uno scambio altrettanto intenso, ammiccante e dialogante tra testo e pubblico, mi pareva di doverlo individuare forse soltanto nell’avanspettacolo… » Ma quale avanspettacolo? Milanese, romano, napoletano? Romano, naturalmente. Senza accorgersene. Pasolini è giunto alla stessa conclusione di Ettore Romagnoli, che in romanesco tradusse Aristofane.

Eccoci dunque in pieno avanspettacolo. Gli attori parlano e si muovono come sul palcoscenico di un cinema-varietà dei quartieri popolari di Roma, ma risulta subito chiaro che si tratta di una contaminazione, elegante a suo modo, volonterosa, non sanguignamente plebea, ma soltanto letteraria. Nessuno degli attori, eccetto Riccardini (il miles) e Carlo De Cristofaro (il vecchio Periplecomeno), sa dare un giusto amabile accento romanesco al proprio personaggio. De Cristofaro è anzi l’unico che fa veramente avanspettacolo, con quella saggezza piacevole e attenta che l’avanspettacolo richiede, direi con quella pacata amara indifferenza dell’attore che conosce i polli della sua platea, cioè il feroce pubblico dei rioni. Gli altri fanno accademia, con il Birignao dell’accademia, cui si aggiunge il Birignao dell’avanspettacolo visto intellettualisticamente.

Il risultato è sconcertante e un po’ fastidioso. Le parole scurrili e i gesti un po’ audaci cadono nella platea senza suscitare quell’eco sbracato e gongolante che solo può giustificarli in un teatro di periferia, dove il pubblico non ha la parte meno impegnativa, ma deve anzi pretendere quel linguaggio e quel contegno; dove tutte le allusioni vengono provocate, sottolineate, corrette, completate; dove a un certo punto sulla scena possono piombare in segno di biasimo anche gatti morti e comunque quasi sempre un gatto vivo esce inopinatamente dalle quinte. Il vero avanspettacolo vale dunque nel suo insieme inscindibile, nel dialogo che si stabilisce tra platea e palcoscenico, per la messa in scena sommaria, per la dura esperienza degli attori, per quell’aria di provvisorietà, di breve durata, di anonimo, infine di vera e sana volgarità. Volerlo suscitare su un palcoscenico normale, anzi abbastanza pretenzioso come quello del Quirino, con una Compagnia che si è imposta un programma “ad alto livello”, Shakespeare, Brecht, Beckett, porta solo a un risultato di confezione cui viene a mancare la verità, la necessaria sfrontatezza, e che non raggiunge mai il tono giusto.

Mi sembra, tutto sommato, uno spettacolo che nasce da una contraddizione. Pasolini dice che il teatro dialettale sì, andrebbe bene per trasferire Plauto, ma Plauto non è dialettale. Ci si aspetta dunque da lui una traslazione in lingua (accesa come si vuole, ma in lingua) e invece la traduzione è in romanesco, quel particolare romanesco delle borgate che i romani del vecchio centro non si sognano di parlare, un misto di gergo, di italianetto e di contaminazioni furfantesche. In più, tutto questo è in settenari doppi, cioè in versi martelliani, come La partita a scacchi. E ciò «a protezione della aristocraticità sostanziale (del testo), della sua letterarietà». Vogliamo evocare l’ombra di Molière? Evochiamola. Nelle canzoni invece si torna al Sor Capanna e agli stornelli accompagnati dalla chitarra.

Difficile orientarsi tra tanto entusiasmo. E come si può passare da espressioni gergali a un italiano acconciato in romanesco, senza avvertire lo stridore? Un romano ignora il verbo “cigolare” e non saprà mai che cos’è un “uscio”; ma il servo Palestrione (Glauco Mauri) sentendo che la porta di casa continua ad aprirsi non esita a dire: «Aricigola l’uscio», dove la “a” reiterativa romanesca fa Petrolini a sua insaputa. Ho scelto un piccolo esempio a caso, il copione ne offre di continuo.

Su questo copione Franco Enriquez non poteva non contraddirsi anche lui, facendo dello spettacolo un divertissement a volte troppo acceso, a volte glaciale. Degli attori non possiamo non lodare Glauco Mauri, che sosteneva la parte più faticosa, sempre in colloquio col pubblico, e Valeria Moriconi piena di un fascinoso e corretto impegno nella parte della Cortigiana. Ricordiamo anche Renato Campese, Sergio Di Stefano, Nivio Sagnotti come i più vicini all’ideale avanspettacolistico, oltre al De Cristofaro e al Riccardini, un “vantone” molto amabile e rassegnato.

Pubblico normale e staccato, come dicevo, dall’esperimento. Non se la sentiva di far coro, soffocava a volte le sue risatine nervose, applaudiva lo sforzo degli attori, se ne fregava di Plauto e sgombrava senza fare commenti.

12 gennaio 1964

* Miles gloriosus (Il soldato fanfarone, anche tradotto Il soldato millantatore o Il soldato spaccone) è una commedia di Plauto scritta tra la fine del III e l’inizio del II secolo a.C.
Il titolo è riferito al soldato Pirgopolinice, un millantatore vanaglorioso, noto per le sue spropositate e infondate vanterie. Ma il soldato verrà punito dal solito servo furbo che, alleato con altri personaggi, permetterà alla ragazza, rapita dal soldato, di ricongiungersi con il suo padrone. In realtà, quasi la metà dei versi escono dalla bocca del servo Palestrione, che è il vero protagonista della scena, con i suoi piani che gli fanno più volte meritare il titolo di architetto.

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