AFORISMI: Tre secoli di Formiche

Dal fondatore del genere, il settecentesco Georg Lichtenberg, agli epigoni contemporanei: gli italiani imparano ad apprezzare la filosofia dell'«umorismo in due battute»
Ennio Flaiano

Dal fondatore del genere, il settecentesco Georg Lichtenberg, agli epigoni contemporanei: gli italiani imparano ad apprezzare la filosofia dell’«umorismo in due battute»

Per lungo tempo l’Italia è rimasta estranea alla fortuna arrisa all’aforisma in altri Paesi: in Francia, in Austria, in Germania, in Inghilterra. Ma, da circa un ventennio, questo genere morale tanto antico quanto glorioso, capace di connessioni e di adattamenti infiniti, intriso ora di poesia ora di mondanità ora di filosofia, sempre dotato di un’acuminata saggezza, ha conosciuto anche da noi un successo a tutto campo: dall’università ai giornali, dall’editoria a Internet.

Capitale è stata l’apparizione, a metà degli anni Novanta, a cura di Gino Ruozzi, dei due volumi dei «Meridiani» di Mondadori, Scrittori italiani di aforismi, vasta antologia e, insieme, storia di quella tradizione aforistica italiana di cui si ignorava o si discuteva o si sottovalutava l’esistenza. Proprio la ricchezza documentaria di questo lavoro mostra tuttavia quanto terreno rimanga ancora da esplorare: in termini editoriali e critici l’interesse della cultura italiana verso l’aforisma è troppo recente perché si possa paragonare a quello coltivato in ambito europeo e anglosassone. Da questa consapevolezza è nata una collana di testi e di studi della casa editrice Il Mulino, interamente dedicata all’aforisma, e più in generale alle forme brevi; né forse è un caso che essa sia stata promossa dal Dipartimento di Lingue e Letterature Straniere dell’Università di Bologna, per particolare interessamento di Giulia Cantarutti, nota studiosa dell’aforisma tedesco e del suo fondatore, Georg Cristoph Lichtenberg (del quale è uscita nella Bur una vasta e importante scelta di scritti, curata e introdotta da Anacleto Verrecchia, Lo scandaglio dell’anima, pp. 640, euro 13).

Nella collana del Mulino, intitolata «Scorciatoie» in omaggio a Saba, sono apparsi nel giro di pochi mesi tre volumi. Il primo (La scrittura aforistica, a cura di G. Cantarutti, pp. 270, euro 17,56) riproduce gli atti di un seminario, tenutosi a Bologna nel 2000, al quale hanno partecipato, con gli italiani, alcuni dei maggiori specialisti stranieri (Werner Helmich, Jean Lafond, Alain Montandon): esso è animato non semplicemente da un intento comparatistico ma anche dalla coscienza del carattere intrinsecamente sovranazionale di questo genere letterario, come rileva Maria Teresa Biason nel suo scritto (Perché parlare di aforisma europeo?).

Il secondo volume è la ristampa del classico studio di Corrado Rosso sulla tipologia critica della massima francese, la cui storia non si esaurisce affatto con l’estinzione della tradizione moralistica del Sei e del Settecento (La Maxime, pp. 288, euro 19,50).

Il terzo volume è rappresentato dai Pensieri morali di Niccolò Tommaseo, curato e introdotto con la consueta competenza da Gino Ruozzi (pp. 228, euro 15,50). Pochi sanno che il grande lessicografo, ma anche romanziere e poeta singolare, nato esattamente duecento anni fa, vedeva nell’aforisma un ideale creativo e stilistico, anzi una «metafisica»: tanto è vero che, negli Studi filosofici (1840), da cui in parte i Pensieri morali derivano, egli volle esporre in aforismi il proprio credo filosofico. Se il risultato globale può essere discutibile, nondimeno il progetto risulta notevolmente interessante sia per una serie di ragioni ideali, sia per un insieme di coincidenze storiche. Anche i grandi romantici tedeschi, fondatori della modernità, da Friedrich Schlegel a Novalis, avevano espresso in aforismi la loro visione del mondo. Anche Leopardi, di cui il Tommaseo fu accanito e astioso nemico, aveva affidato la sua riflessione metafisica e letteraria a una raccolta di carattere frammentario e discontinuo, lo Zibaldone di Pensieri, che sarebbe stata pubblicata solo alla fine dell’Ottocento ma che era stata messa insieme tra il 1817 e il 1832. Infine, anche i centoundici Pensieri di Leopardi, derivati in buona parte dallo Zibaldone, videro la luce, postumi, nel 1845, ossia nell’anno stesso in cui apparvero i Pensieri morali del Tommaseo. Al di là delle differenze personali e ideologiche, tutti questi scrittori avrebbero comunque potuto condividere l’alta e provocatoria opinione di Nietzsche: «L’aforisma, la sentenza, in cui tra i Tedeschi io sono il primo maestro, costituiscono le forme della “eternità”; la mia ambizione è quella di dire in dieci proposizioni quello che ogni altro dice in un libro – quello che ogni altro non dice in un libro…».

L’intreccio di filosofia e frammento risale a un’origine remota ma, in età moderna, nasce dall’idea che «la volontà di sistema è una mancanza d’onestà» (ancora Nietzsche). Aforistico, proprio in tale senso, è lo stile di uno dei più autentici e trascurati pensatori italiani del Novecento, Giuseppe Rensi, spirito leopardiano e nietzscheano, di cui adesso esce, per merito di un suo intelligente e assiduo cultore, Nicola Emery, un’antologia di testi (Giuseppe Rensi. L’eloquenza del nichilismo, Seam, pp. 266, euro 18,07).

Quanto la varia tradizione aforistica italiana sia viva è ancora documentato, in questo momento, dalla ristampa del bellissimo Diario degli errori di Ennio Flaiano (Adelphi, pp.170, euro 8,50); dalla pubblicazione dei frammenti diaristici del poeta e critico Piero Bigongiari (Un pensiero che seguita a pensare. Giornale 1933-1997, prefazione di Carlo Ossola, a cura di Paolo Fabrizio Iacuzzi, Aragno, pp. 378, euro 13,43); infine dagli aforismi di un romanziere e moralista meno noto degli autori finora nominati ma di sicuro valore, qual è Francesco Burdin, la cui origine triestina bene si accorda col respiro e col disincanto europeo della sua cultura, delle sue osservazioni e dei suoi aneddoti (Un milione di giorni, a cura di G. Ruozzi, Marsilio, pp. 446, euro 25,82). Nel contempo è annunciata da Mondadori una nuova raccolta aforistica di Giuseppe Pontiggia, originata dal diario tenuto settimanalmente nel Sole-24 Ore (Prima persona, pp. 250, euro 15,80). Ma Pontiggia è felice protagonista anche di un fenomeno che oggi riscuote particolare attenzione da parte della critica: la presenza dell’aforisma all’interno di altri generi letterari, nel caso di Pontiggia il romanzo.

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HANNO SCRITTO

Georg C. LICHTENBERG
(1742-1799)
• Nel mondo è più facile trovare consigli che conforti
• Non c’è, sotto la luce del sole, un essere più perfido e maligno di una puttana che per vecchiaia sia costretta a diventare bigotta
(da «Lo scandaglio dell’anima»)

Niccolò TOMMASEO
(1802-1874)
• Certuni sono quali dicono di non essere
• L’uomo è più ardito in amore, la donna è più coraggiosa
• L’opinione è il più amato dei tiranni
(da «Pensieri morali»)

Giuseppe RENSI
(1871-1941)
• Eteocle e Polinice, i due fratelli che hanno entrambi irriducibilmente ragione, e perciò si uccidono a vicenda, possono passare per il simbolo dell’umanità in ogni momento della sua vita, e specie nel momento attuale
(da «Lineamenti di filosofia scettica»)

Ennio FLAIANO
(1910-1972)
• Se i popoli si conoscessero meglio, si odierebbero di più
• Il cattolicesimo in Francia è un movimento letterario
• Alberto Moravia, Renato Guttuso, Carlo Levi: tre casi di narxcisismo
(da «Diario degli errori»)

Francesco BURDIN
(1916)
• Dal prossimo la gente vuol ricevere notizie di sventura. La felicità altrui provoca solo disgusto
• Le statistiche indicano la percentuale di nati morti. Trascurano la percentuale di nati vivi
(da «Un milione di giorni»)

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UNA NUOVA RACCOLTA
E Pontiggia sfida i luoghi comuni

Politica, morale, finanza, costume, psicologia, arte, letteratura: la nuova raccolta di scritti brevi realizzata da Giuseppe Pontiggia, Prima Persona (Mondadori, pagine 250, euro 15,80, in libreria tra pochi giorni) è una testimonianza dello spirito eclettico, e insieme caustico, che negli ultimi anni sembra aver trovato piena cittadinanza negli ambienti culturali italiani. Tutte le materie di interesse pubblico, o privato, forniscono materiale adeguato alle riflessioni di Pontiggia: a volte estendendosi a brevi racconti, a volte condensandosi nel fulminante cortocircuito dell’aforisma. Lo scopo dello scrittore (noto per libri come Il giocatore invisibile, Il raggio d’ombra e per il romanzo autobiografico Nati due volte) è quello di denunciare e sradicare frasi fatte, luoghi comuni, vecchi modi di pensare. La forma breve è messa al servizio del senso generale dell’opera: il rifiuto delle astruserie e degli specialismi.

Corriere della Sera, 20 Agosto 2002

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