Pompei

di Indro Montanelli La catastrofe tellurica che il 24 agosto del 79 fece la disgrazia di Pompei ha costituito la […]

di Indro Montanelli

La catastrofe tellurica che il 24 agosto del 79 fece la disgrazia di Pompei ha costituito la sua fortuna postuma. Era una delle più insignificanti città d’Italia. Contava poco più di quindicimila abitanti, viveva soprattutto di agricoltura, e al suo nome non era legato nessun grande evento storico. Ma quel giorno il Vesuvio s’incappucciò d’una nuvolaglia nera da cui piovve un torrente di lava che in poche ore sommerse Pompei ed Ercolano. Plinio il Vecchio, che comandava la flotta alla fonda nel porto di Pozzuoli e che aveva, fra l’altro, la passione della geologia, accorse con le sue navi per vedere di che si trattava, eppoi per salvare gli abitanti che fuggivano a perdifiato verso il mare. Ma, accecato dal fumo e travolto nella ressa, cadde, e fu raggiunto e seppellito dalla lava. Circa duemila persone persero la vita in quella sciagura. Ma sotto il sudario di morte, la città si serbò intatta. E quando, circa due secoli fa, gli archeologi la disseppellirono con le loro escavatrici, quello che piano piano tornò alla luce fu il documento più istruttivo non soltanto dell’architettura, ma anche della vita di un piccolo centro di provincia italiano nel secolo d’oro dell’Impero. Amedeo Maiuri, che vi ha dedicato la vita, ha tratto da Pompei insegnamenti preziosi.

Il centro del paese era il foro, cioè la piazza, che certamente in origine era stata il mercato dei cavoli per cui quella zona andava famosa, ma poi col tempo era diventata anche un teatro all’aperto sia per gli spettacoli drammatici che per i giuochi. Gli edifici che la circondavano erano quelli di pubblica utilità, a cominciare dai templi di Giove, di Apollo e di Venere, per finire al municipio e ai negozi.

È chiaro che la vita si svolgeva lì, il dedalo di viuzze che s’intrecciavano tutt’intorno costituendo una specie di retrobottega gremita di negozietti e di botteghe artigiane, sonanti di martelli, di scuri, di seghe, di pialle, di lime e del confuso assordante vocio di bambini, donne, gatti, cani, venditori ambulanti, che ancora costituisce una caratteristica del nostro bello, ma non silenzioso paese, specie nel Sud. E siccome quelli che si conservano meglio, del costume di un popolo, sono i vizi, a Pompei possiamo misurare quanto sia vecchio, in Italia, anche quello d’imbrattare i muri e di servirsene come strumenti di propaganda delle nostre idee, dei nostri amori e dei nostri odi. Oggi lo facciamo coi manifesti, il gesso e il carbone. Allora lo si faceva coi «graffiti», cioè incidendo la pietra. Ma la differenza è soltanto tecnica: quanto al contenuto, è chiaro che gl’italiani hanno sempre pensato e detto e urlato le stesse cose. Tizio prometteva a Cornelia un amore più lungo della sua stessa vita, Caio invitava Sempronio ad andare a morire ammazzato, Giulio garantiva pace e prosperità a tutti se lo eleggevano questore, e i «Viva Maio!» si sprecavano all’indirizzo di un edile che aveva scritturato a proprie spese il gladiatore Paride, come oggi si scritturano gli «oriundi» nelle squadre di calcio, per dare spettacolo nell’anfiteatro dov’erano disponibili ventimila posti, cinquemila più di quelli richiesti dall’intera cittadinanza, che dovevano essere riservati, evidentemente, alla gente del contado.

Le case erano comode e piuttosto lussuose. Non avevano quasi punto finestre e di rado il termosifone. Ma i soffitti sono di cemento, qualche volta a mosaico e i pavimenti di pietra. Solo i palazzi hanno la stanza da bagno, e qualcuno addirittura la piscina. Ma c’erano ben tre terme pubbliche con relativa palestra. Le cucine erano provviste di ogni sorta di utensili: padelle, pentole, girarrosti; e in una libreria privata furono rintracciati duemila volumi in greco e in latino. Del mobilio si sa poco perché, essendo quasi tutto di legno, si è disfatto. Ma sono rimasti calamai, penne, lampade di bronzo, e statue, tutte di derivazione greca, ma di alto stile e raffinata fattura.

Tutto questo suggerisce l’idea d’una vita comoda e bene organizzata, quale dovette essere infatti quella delle città di provincia nei secoli felici dell’Impero. Certo, nessuna di esse poteva gareggiare con Roma, quanto a intensità, servizi pubblici, salotti e divertimenti. In compenso, chi vi abitava era sottratto ai pericoli delle persecuzioni, o per lo meno ne soffriva in misura molto minore, e il malcostume della decadenza vi giunse più tardi e attenuato dalla maggiore solidità delle buone tradizioni. Non per nulla Cesare, e più tardi Vespasiano, tentarono di colmare i vuoti dell’aristocrazia e del Senato romani elevandovi le famiglie di questa borghesia provinciale. E una delle ragioni per cui, caduta Roma, la civiltà romana resistè e corruppe i barbari assorbendoli è che non soltanto nell’Urbe, ma dovunque essi mettessero il piede nella penisola, vi trovarono città superiormente organizzate.

Di esse, non faremo l’inventario. Ci limiteremo soltanto a dire che, al contrario di ciò che accade oggi, quelle meridionali primeggiavano sulle settentrionali perché, ancora prima di quella romana, avevano risentito della civiltà greca. Napoli era la più rinomata per i suoi templi, per le sue statue, per il suo cielo, per il suo mare, per la sottile furberia dei suoi abitanti e, come oggi, per la loro pigrizia. Da Roma ci venivano a passare l’inverno, e i suoi dintorni, Sorrento, Pozzuoli, Cuma, brulicavano di ville. Capri era già stata scoperta da un pezzo e Tiberio la «lanciò» facendone la sua abituale residenza. E Pozzuoli fu la più rinomata stazione termale dell’antichità per le sue acque sulfuree.

 

 

Un’altra regione che brulicava di città già stagionate era la Toscana, dove le avevano costruite gli etruschi.

Le più importanti erano Chiusi, Arezzo, Volterra, Tarquinia e Perugia ch’era considerata parte di quella regione. Firenze che, appena neonata, si chiamava Florentia, era la meno cospicua e non prevedeva il suo destino.

Più su, al di là degli Appennini, cominciavano le città-fortino, costruite soprattutto per ragioni militari, come piazzeforti degli eserciti impegnati nella lotta contro le riottose popolazioni galle. Tali furono Mantova, Cremona, Ferrara, Piacenza. Ancora più a Nord c’era il grosso borgo mercantile di Como, che considerava Mediolanum, cioè Milano, il suo quartiere povero. Torino era stata fondata dai galli taurini, ma cominciò a diventare una città vera e propria solo quando Augusto la trasformò in una colonia romana. Venezia non era ancora nata, ma i veneti erano già arrivati dall’Illiria e avevano fondato Verona. Erodoto racconta che i capi delle tribù requisivano le ragazze, mettevano all’asta le più belle, col ricavato facevano la dote alle più sgraziate, e così riuscivano ad accasarle tutte. Ecco qualcosa a cui i socialisti d’oggigiorno non hanno ancora pensato.

Questo non è un catalogo; è soltanto una esemplificazione. All’ingrosso si può dire che l’Italia già da allora era gremita di città, perché quasi tutte quelle che oggi vi si contano nacquero a quei tempi. E le libertà democratiche vi resisterono più a lungo che a Roma, anche se a esercitare il potere era un autogoverno di tipo piuttosto paternalistico. Esso costituiva il monopolio di una Curia, ch’era un Senato in miniatura, il quale, come a Roma, esercitava il controllo sui magistrati liberamente eletti dalla cittadinanza. La rosa dei candidati però era ristretta ai ricchi perché non solo essi non ricevevano stipendio, ma anzi dovevano colmare i vuoti del bilancio municipale.

Intanto, l’elezione veniva celebrata con un gigantesco banchetto cui tutti erano invitati e che si ripeteva il giorno del compleanno, quello del matrimonio della figlia eccetera. Eppoi, il successo nella carica e la possibilità di ripresentarvisi o di concorrere a una più alta erano misurati dalle opere pubbliche e dagli spettacoli che il gerarca aveva finanziato di tasca sua. Lapidi con iscrizioni trovate un po’ dovunque documentano la prodigalità (e vanità) di questi dirigenti che spesso rovinavano addirittura la propria famiglia per guadagnarsi la stima e i voti dei concittadini. A Tarquinia, Desumio Tullo per battere il suo rivale promise di costruire delle terme e ci spese cinque milioni di sesterzi, sordo alle proteste dei suoi figlioli che gli gridavano: «Babbo, ci rovini!…». A Cassino, una ricca vedova regalò un tempio e un anfiteatro. A Ostia, Lucilio Gemala pavimentò le strade. E tutti, quando c’era carestia, compravano grano e lo distribuivano gratis ai poveri. Non sempre costoro glien’erano grati. Ci sono dei graffiti, a Pompei, in cui si accusano i candidati di aver regalato alla popolazione soltanto la metà di ciò ch’essi avevano rubato con le loro malversazioni quando erano in carica.

Le interferenze del governo centrale romano nella vita municipale delle città di provincia fino a Marc’Aurelio furono scarse e quasi sempre volte più a favorirne che ad impedirne lo sviluppo. Gl’imperatori, quasi tutti rapaci per quanto riguardava l’amministrazione delle province straniere, per l’Italia avevano un debole, sia pure interessato. Era qui che reclutavano i loro soldati e sostenitori. La repubblica aveva trattato duramente la penisola perché aveva dovuto combatterla e sottometterla, e spesso n’era stata tradita. Ma per il Principato ormai essa era lo Hinterland di Roma. Gli imperatori venivano spesso a visitarne le città, e per ogni visita erano doni, sussidi e franchigie in risposta alle entusiastiche accoglienze che regolarmente vi ricevevano, ogni sovrano cercando di superare in munificenza il suo predecessore.

Per la provincia italiana, insomma, l’Impero fu una manna di Dio. Essa ne risentì soltanto i benefici: l’ordine, le strade ben tenute, i commerci vivaci, la moneta sana, gli scambi facili e frequenti, la sicurezza dalle invasioni. Le lotte di palazzo, le persecuzioni poliziesche, i processi e le carneficine non la toccarono.

Indro Montanelli, Storia di Roma, Capitolo 34, [ed. illustrata], Rizzoli 2018

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