Perché i populisti hanno rinunciato alle promesse

Quasi tutte le politiche populiste si disintegrano al contatto con la realtà. Forse alla maggior parte degli elettori populisti non interessa.

L’account Twitter ufficiale del primo ministro britannico (15.400 tweet finora) non ha usato la parola “Brexit” da quando il Regno Unito ha lasciato l’UE il 31 gennaio. L’account personale di Boris Johnson ha dato alla Brexit solo una menzione passeggera dal 1° febbraio. Mentre i colloqui con l’UE si avvicinano al loro culmine, sembra desideroso di sorvolare sul più grande cambiamento politico britannico della nostra generazione.

Allo stesso modo, Donald Trump è diventato stranamente silenzioso sulle sue vecchie promesse di riportare i posti di lavoro in fabbrica, eliminare il debito federale, sostituire Obamacare con qualcosa di molto migliore e impedire alla Cina di “stuprare” gli Stati Uniti sul commercio. Ad esempio, il suo account Twitter iperattivo non ha menzionato il debito sin da una singola frase esternata a gennaio. Accade così che nel prossimo anno fiscale il debito federale degli Stati Uniti (in aumento anche prima della pandemia) dovrebbe superare il PIL annuale per la prima volta dalla seconda guerra mondiale.

Trump, Johnson e i loro colleghi populisti rinunciano a promesse politiche rivoluzionarie. Ora devono affrontare un bivio: o diventano guerrieri della cultura a tempo pieno che non fanno politica, o si trasformano in noiosi partiti tradizionali.

Il populismo basato sulla politica ha avuto un breve periodo di massimo splendore per 13 mesi, fino a novembre 2016. Lo sfondo della crisi dei rifugiati e degli attacchi terroristici jihadisti in Europa era l’ideale per i movimenti nativisti ma, all’epoca, questi partiti erano più di questo: erano anche gli utopisti che promettevano miglioramenti. Stavano per «prosciugare la palude», tagliare lucrosi accordi commerciali, restituire potere alle persone, rilanciare la produzione e generalmente gestire le cose meglio dei loro incompetenti predecessori.

PiS in Polonia fu eletto nell’ottobre 2015 con una spettacolare promessa principale, “500+”: ogni famiglia avrebbe ricevuto 500 zloty (110 euro) al mese per ogni figlio dal secondo in poi. Ciò avrebbe incentivato i polacchi a fare di nuovo bambini.

Il 19 giugno 2016 il Movimento 5 Stelle italiano vinse i municipi di Roma e Torino, promettendo una nuova politica radicale: limiti di mandato stringenti per i funzionari eletti e nessuna alleanza formale con i partiti tradizionali. Quattro giorni dopo, i britannici votarono per la Brexit. Trump si presentò quell’anno non solo come un nativista, ma anche come un brillante uomo d’affari che avrebbe reso gli Stati Uniti privi di debiti e di nuovo ricchi. La notte in cui fu eletto promise un massiccio piano infrastrutturale. Nella primavera del 2018, quando i Cinque Stelle e la Lega di estrema destra formarono un governo in Italia, quasi 500 milioni di persone in Europa e Nord America erano sotto il dominio populista.

PiS ha messo in atto il “500+” ma non è riuscito a stimolare la nascita di bambini: l’anno scorso l’eccesso di morti in Polonia sulle nascite è stato il più alto dal 1945. La costosa politica ha anche spinto circa 100.000 donne a lasciare il mercato del lavoro.

A parte questo caso, quasi nessuna promessa populista è stata mantenuta. Affermazioni di competenza di tipo commerciale si sono dissolte con la cattiva gestione del Covid-19 da parte di Trump e Johnson. Il piano infrastrutturale di Trump è scomparso, insieme al tanto pubblicizzato accordo commerciale dei Brexiters con gli Stati Uniti. Persino l’accordo commerciale della Gran Bretagna con l’UE – ritenuto il “più facile della storia” – potrebbe ora non realizzarsi e se lo facesse ridurrebbe il commercio. In Italia il Movimento 5 Stelle ha ammorbidito la sua posizione contro i limiti di mandato e ha accettato formali alleanze locali. A livello nazionale è già in una coalizione di governo con l’ultimo partito tradizionale, il centro-sinistra PD.

Privi di politiche o competenze innovative, i populisti possono ancora vendere la guerra culturale. L’obiettivo del PiS nella campagna di rielezione del mese scorso era l’acronimo straniero “LGBT” – “non persone” ma “un’ideologia” peggiore del comunismo, ha detto il presidente polacco Andrzej Duda. Ora Trump sta conducendo una campagna contro i criminali urbani e contro i manifestanti di Black Lives Matter (mescolando sempre i due) e, più in generale, contro le città stesse. La sua strategia è fingere che i problemi di secondo livello con risonanza razziale siano i problemi maggiori del paese. Gli omicidi in 25 grandi città statunitensi sono aumentati di circa 600 su base annua fino a luglio. A quel punto, il coronavirus aveva ucciso più di 153.000 americani.

Johnson, mai molto interessato alla politica, ama una buona guerra culturale, a patto che non si tratti più di Brexit. Era ansioso di combattere per una statua di Churchill e la canzone “Rule, Britannia!” ma, con sua grande delusione, la sinistra ha rifiutato entrambi gli scontri. Non puoi avere una guerra culturale senza un avversario.

Per lo più, i conservatori e il Movimento 5 Stelle hanno trovato una strada diversa per uscire dal populismo politico: abbandonando le novità e tornando a una parvenza di un partito tradizionale. I Tory sono veterani del trasformismo. In soli cinque anni sono stati il ​​partito di austerità Remainer di David Cameron, un movimento per ottenere la Brexit, un culto di Boris Johnson e ora un partito pro-aiuti di Stato anti-austerità, economicamente quasi Corbynista, di solito fornendo la principale opposizione a se stessi. Eliminando ogni incarnazione troppo in fretta perché gli elettori se ne stancassero, hanno tenuto Downing Street per quattro elezioni consecutive. Stranamente, data la retorica populista iniziale, la Brexit è diventata una politica economica tecnocratica considerata troppo complessa per disturbare la gente comune.

Quasi tutte le politiche populiste si disintegrano al contatto con la realtà. Forse alla maggior parte degli elettori populisti non interessa. Chiunque ancora appoggi Trump nel 2020 non è molto interessato alla politica e alla competenza. Come dice Anne Applebaum, autrice di Twilight of Democracy: The Seductive Lure of Authoritarianism [Il crepuscolo della democrazia: Il seducente richiamo dell’autoritarismo]: “Questo è il momento in cui scopriremo se la posta in gioco era l’identità e la cultura.

[Traduzione di Chris Montanelli]

Fonte: Simon Kuper, Financial Times Magazine, 12 settembre 2020

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