Mystic River | Recensioni

Recensioni italiane del film Mystic River, diretto da Clint Eastwood. Contributi di Silvio Danese, Alfredo Boccioletti, Alessandra Levantesi, Roberto Nepoti, Emanuela Martini, Roberto Escobar
Mystic River

Il Giorno (26/10/2003)
Silvio Danese

Mystic River è il fiume di Boston dove, nel finale, si arriva a una tenebrosa, shakespeariana resa dei conti che ha sollevato qualche obiezione morale negli spettatori di Cannes, ma che sta tutta “nella vita”. Si parte dall’amicizia di strada di tre ragazzini negli anni ’70, interrotta da una violenza tramautica a Dave, rapito, sodomizzato e riuscito a sfuggire ai suoi aguzzini. Trent’anni dopo gli amici si ritrovano a un faccia a faccia drammatico. La figlia diciannovenne di Jimmy (Penn col ruolo nel sangue) viene trovata assassinata nel parco del fiume, mentre Dave (Robbins, ingobbito e ritroso), accusato dell’omicidio per alcune tracce di sangue, sostiene di aver ucciso un pedofilo sorpreso con un ragazzino nelle stesse ore. La coincidenza viene indagata dal terzo amico (Bacon, molto preciso) diventato investigatore della squadra omicidi. Jimmy spinge Dave a una confessione estorta, in una lugubre scena notturna che permette al giallo un’impennata verso il tragico… Delitto e castigo, ma nell’ibrido morale della modernità.

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Il Resto del Carlino (26/10/2003)
Alfredo Boccioletti

Poche gocce di blues sull’immagine tenebrosa del grande fiume che, nell’inquadratura sempre più ravvicinata, smarrisce la via del mare. È la firma d’autore di Clint Eastwood, il segno spietato della vita che raccoglie in un flusso oscuro i protagonisti di Mystic River. Appassionante il romanzo da cui è tratto, con il suo intreccio ‘giallo’ dalla imprevedibile biforcazione finale, tesa e lineare la sceneggiatura che disdegna il flash-back, il film svela più di qualsiasi precedente opera di Eastwood una tendenza al classicismo come esigenza sostanziale. È questo un cinema che corre, anzi procede, parallelo all’umanesimo di Coppola e di Scorsese. Con un valore aggiunto: la naturalezza nel colmare di umana sostanza il contenitore rappresentato dal ‘genere’ cinematografico. Dal western al ‘noir’, al dramma poliziesco: per lui, Clint Eastwood — e non c’è motivo di dubitarne — si tratta semplicemente di girare film indirizzati agli adulti e non ai ragazzini. Di questo atteggiamento sembrano partecipi anche gli attori, tutti sincronizzati nel segno della maturità. Sean Penn, Tim Robbins e Kevin Bacon hanno ruoli che soltanto un eufemista può definire difficili. Il primo è Jimmy, ex rapinatore, che si è rifatto una vita a Mystic River (grigio sobborgo di Boston che si estende oltre il fiume) e che ritrova in tragiche circostanze, la misteriosa uccisione dell’amatissima figlia Katie, due ex amici di gioventù: Sean, detective che non vuole gettare la spugna anche se la moglie lo ha piantato, e Dave (Robbins), il principale indiziato del delitto. Dei tre, quest’ultimo, è il più vulnerabile: la moglie lo ama ma non ha fede in lui, e i fantasmi di 25 anni prima, una brutta storia di pedofilia, ancora lo perseguitano. Ma la verità che affiora dalle onde del fiume non lenisce la pena di nessuno. E, quale amarezza, anche i giovani perderanno il sorriso.

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La Stampa (22/10/2003)
Alessandra Levantesi

Una tragedia americana che da due crimini, dal Male metafisico e da un’atmosfera di pericolo incombente si estende allo stato dell’Unione, conferma la bravura e l’intensità di Clint Eastwood a settantatré anni, lo fa approdare alla grandezza. Mystic River (il titolo deriva dal grande fiume, tomba liquida di rifiuti e di cadaveri, che attraversa la città di Boston, ma forse anche dal fiume implacabile e sporco dell’esistenza), tratto dal romanzo di Dennis Lehane, è la parabola buia d’un trauma incancellabile, d’un passato indimenticabile: un bellissimo film. All’inizio, due tifosi dello sport superamericano, il baseball, siedono sotto il portico bevendo birra, discutendo della squadra locale, i Red Sox, e della stagione 1975, mentre per strada tre ragazzini si misurano al gioco superamericano, l’hockey. Un’automobile nera si ferma di colpo, un uomo dai modi imperiosi di poliziotto scende, rimprovera, porta via uno dei bambini. Lo tengono prigioniero in una cantina, lo violentano per giorni in quattro. Finché il bambino riesce a fuggire: ma non a dimenticare, per il resto della vita. L’avvenimento è troppo grave per non interrompere l’amicizia fra i ragazzi. I tre si ritrovano oltre un quarto di secolo dopo. Sean Penn, ex delinquente ora negoziante, è il padre di una ragazza diciannovenne che è stata brutalmente ammazzata; Kevin Bacon, poliziotto della Omicidi, indaga sul delitto; Tim Robbins, dalla personalità ferita per sempre, è sospettato di essere l’assassino. Verso la fine, il corteo della celebrazione superamericana del Columbus Day conclude una storia di violenze, d’oscurità e di rimorsi che è pure in parte quella d’America. Realismo e forza simbolica procedono insieme con dolore e solennità. La luce del film, nebbiosa all’inizio, poi è sempre quella del crepuscolo, della fine del giorno, dell’ombra in una vita che non concede seconde possibilità. Tim Robbins vulnerato è forse l’interprete migliore; ma tutti sono bravi, e persino la sofferenza di Sean Penn è recitata con un furore privo di ogni esteriorità.

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la Repubblica (26/10/2003)
Roberto Nepoti

Sarà il suo passato di eroe del West e di poliziotto tosto, ma Clint Eastwood non è davvero il tipo che si lasci spaventare dai soggetti complicati. Quello di Mystic River, tratto dal libro di Dennis Lehane, lo è, e molto. Affonda le radici nel problema della responsabilità e della colpa e tira in ballo perfino il concetto classico del Fato. Temi che, guarda caso, fanno parte delle ossessioni fondative di Clint, fino dai tempi in cui faceva il cowboy o l’ispettore della polizia di San Francisco. L’azione si svolge in un quartiere di Boston abitato da una forte comunità irlandese. I protagonisti maschili sono tre amici d’infanzia, divisi dalla sofferenza per l’episodio di pedofilia che ha cambiato la vita a tutti e riuniti, venticinque anni dopo, da un altro evento drammatico: l’omicidio della figlia di Jimmy (Sean Penn). I sospetti del quale cadono sull’antico compagno di giochi Dave (Tim Robbins), mentre il terzo del gruppo, Sean (Kevin Bacon), è diventato un poliziotto e indaga sul delitto. Dirigendo un cast eccezionale (del quale rinuncia a far parte), Eastwood imposta il film come un’autentica tragedia americana. Affronta un tema classico della cultura del suo Paese, che all’epoca affascinò grandi colleghi come Fritz Lang (nel suo periodo Usa): per riparare a un torto, un personaggio adotta misure estreme e rinuncia ad agire secondo giustizia. Il fatto è che i tre protagonisti di Mystic River non possono sfuggire a se stessi: ciascuno ha il proprio Destino prefigurato (Sean, ex-galeotto, continua a far sparire corpi nelle acque del fiume; a Dave tocca sempre il ruolo della vittima designata; Sean, il poliziotto, resta in una posizione ambigua, sottolineata dal suo gesto finale). Tutto ciò nella sordità delle istituzioni – la legge e la Chiesa – troppo rigide per capire realtà complesse e per esercitare un’efficace azione moderatrice sui comportamenti umani. Così, il cineasta può prendersi il prezioso lusso di non giudicare i personaggi, che hanno già giudicato se stessi condannandosi senza appello. Se il Destino tende trappole a Jimmy, Sean e Dave, non risparmia la loro progenie, né le loro consorti. Celeste (Marcia Gay Harden), moglie di Dave, assiste al precipitare degli eventi senza poter intervenire in alcun modo; quanto ad Annabeth (Laura Linney), la compagna di Jimmy, ha la statura dell’eroina tragica, quasi una Lady Macbeth trasferita nei sobborghi di Boston. Fra tanti personaggi e azioni intrecciate, Eastwood mantiene saldamente le fila della storia, come un narratore onnisciente che traccia il percorso migliore perché lo spettatore possa seguirne gli sviluppi. Rasenta il capolavoro; ma qui e là indulge all’enfasi scegliendo angolazioni magniloquenti, o prolungando un’inquadratura qualche secondo di troppo.

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Film TV (28/10/2003)
Emanuela Martini

Il Mistic River taglia Boston, oltre il fiume, un quartiere popolare, su una strada, tre ragazzini giocano a Hockey e a incidere il loro nome sul cemento fresco del marciapiede: Jimmy, Sean, Da… L’ultimo nome, Dave, è interrotto da un rapimento mascherato da intervento della polizia. Due uomini, all’apparenza un poliziotto e un prete, caricano Dave su un’auto e con lui scompaiono per giorni, finché Dave, sconvolto, violentato, marchiato nell’anima, non riesce a fuggire e, attraverso il bosco, ritorna a casa. Venticinque anni dopo, sulla stessa strada, Dave gioca a baseball con il suo bambino, mentre Jimmy ha aperto un drugstore poco più in là e Sean, invece, ha attraversato il fiume ed è diventato un pezzo grosso della polizia cittadina. Non torna volentieri in quel quartiere, Sean (anche se la sua vita di qua non è un granché); non guarda neppure volentieri oltre il fiume, finché un nuovo omicidio non lo costringe a immergersi nel suo buco nero. Mystic River non è un film sui pedofili, anche se si apre con un atto di premeditata pedofilia. Non é neppure un thriller, anche se per un’ora buona, quella centrale, si sviluppa apparentemente secondo i canoni dell’indagine: omicidio-ricerca del colpevole-false tracce-identificazione del colpevole. Mystic River, che Clint Eatswood, sulla sceneggiatura di Brian Helgeland, ha tratto da La morte non dimentica di Dennis Lehane, è (per parafrasare la cupa fiaba che Tim Robbins-Dave racconta a suo figlio prima del sonno) la storia di tre bambini che non sono sfuggiti ai lupi, che talvolta si sono trasformati essi stessi in lupi. Diretto con una pacatezza classica che ha ormai pochi eguali (campi, controcampi, piccoli zoom sui primi piani, e montaggio alternato nelle sequenze più tese, i particolare quella lunga, notturna di prefinale, che segue Jimmy e Dave da una parte e, dall’altra, l’indagine di Sean), parco nelle parole e quasi ostile ai possibili virtuosismi, guida il nostro istinto con le scelte impercettibili della macchina da presa: minacciosamente bassa, infida, nella sequenza iniziale, e poi ancora quando ci avviciniamo ai successivi svelamenti; e a tratti alta e implacabile, che piomba giù verso il quartiere, attraverso il fiume, a rivelarne le terribili verità. Un cadavere straziato in un parco e un fiume che accoglie compiacente cadaveri, padri violenti svaniti nel nulla e pistole abbandonate in casa, mogli che macerano nella loro debolezza e altre che si ergono come Lady Macbeth a cancellare il sangue e a perpetuarlo. Su tutti, i tre ragazzi perduti, che quasi non si parlano più: «Hai visto Dave? » «L’ultima volta che ho visto Dave è stato venticinque anni fa, lungo questa strada, nel retro di quell’auto» «Ci siamo saliti tutti e tre su quell’auto». L’infanzia finita con una pallina da hockey affondata in un tombino; finiva bruscamente e prima del tempo, e oggi l’innocenza perduta torna a oscurare i sogni e la vita, e si allarga come una cappa, come il respiro di un dio vendicatore, su una strada, una città, un paese, sui nostri figli. «Cosa Vado a dirgli?», sbraita Sean davanti al corpo di Katie. «Ehi Jimmy, Dio ha detto che avevi un debito con lui. È venuto a riscuoterlo!». Chiuso da una parata del 4 luglio ancora più spettrale di quella di Cape Fear di Scorsese, Mystic River è un grande film sull’America, sui suoi dubbi, sulla notte che l’avvinghia, sulla violenza che l’intesse impercettibile, sui debiti non pagati e sui crediti che non valgono nulla. Un film che si rispecchia nel fosco crepuscolo degli Spietati e che si origina in quel padre assente di Un mondo perfetto: dosando una luce livida e una notte cattiva e insonne, tra fragili re e regine sanguinarie, Eastwood ci racconta come abbiamo ucciso l’innocenza e il sonno e siamo precipitati nell’incubo.

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Sole 24 Ore (23/11/2003)
Roberto Escobar

Iniziato nel grigio e nel silenzio d’un quartiere irlandese di Boston, Mystic River (Usa, 2003, 137′) si conclude nello stesso quartiere, vicino al ponte sul Mystic, ora però nel fragore del 4 luglio e sotto un sole triste. Sono passati più di vent’anni, e tutto si ripete. Ancora è Dave (Tim Robbins) a pagare il prezzo di questa «tragedia americana», di questa «storia di innocenza perduta», come Clint Eastwood ha definito il proprio film. Più di vent’anni prima, dunque, Dave sale su un’auto scura. È meno sicuro di Jimmy (Sean Penn) e di Sean (Kevin Bacon). È meno spavaldo, meno forte e pronto. Dei tre è il più esposto alla vita. E di nuovo su un auto scura, indifeso, Dave sale verso la fine del film, in compagnia di Jimmy, l’amico di un tempo. Tra i due crimini – quello dei due stupratori e quello di Jimmy – corre la vicenda corale splendidamente girata da Eastwood e sceneggiata da Brian Helgeland sulla base di un racconto di Dennis Lehane. In mezzo, pesanti come una condanna d’ognuno e di tutti, ci sono la violenza e la chiusura d’una comunita intera: degli uomini che dominano in una cultura di prepotenza familistica, e delle donne che ne condividono e ne confermano le miserie. Con uno stile narrativo potente e classico, e con un montaggio che niente lascia di superfluo, Eastwood ci guida in un mondo permeato dalla “moralità” della forza e della vendetta. Non c’è dimensione pubblica, in Mystic River. Il gruppo vive nella difesa di ambiti privati che si intrecciano, si alleano, si scontrano. La memoria di Jimmy e la sua storia personale sono segnate da amicizie e tradimenti, intessute di valori che mai vanno oltre i confini dello spazio domestico e che sempre si sporcano di sangue. E nel sangue finisce la vita di Katie (Emmy Rossum). Verremo poi a sapere come è stata uccisa, e per quale motivo. Ma nella miseria e nella violenza raccontate da Mystic River quello che più conta è la reazione- di Jimmy. Nella morte della figlia si esaurisce per lui il mondo, ed è come se si trovasse solo sotto un cielo vuoto (splendida e tragica è l’inquadratura nella quale culmina la sua scoperta del cadavere di Katie: confuso in un corpo a corpo disperato con i poliziotti, odiati quasi quanto l’assassino ancora ignoto, Sean alza gli occhi a sfidare il cielo, in una solitudine ribelle e blasfema, mentre la macchina da presa lo osserva dall’alto). A uccidere Katie è stata la violenza che pervade e domina il quartiere, e di cui proprio Jimmy è tanto figlio quanto padre. Jimmy, infatti, è certo d’aver contribuito alla sua morte, anche se – aggiunge – «non so come». Da qui, da questo sospetto doloroso e dalla domanda che vi sta implicita, potrebbe nascere una messa in questione radicale di abitudini, valori, miserie morali. Lo potrebbe, se di nuovo la violenza, il familismo e la vendetta non mettessero a tacere quella domanda, immiserendo anche il dolore. E qui in questa lotta interiore Tim Robbins, alle prese con un conflitto interiore anche più lacerante. Che cosa terrorizza Dave? Che cosa lo spinge a incolparsi della morte di Katie, e quasi a credere alla sua stessa menzogna, se non il timore d’essere stato contagiato dallo stesso male che gli è stato fatto, e d’aver perduto non solo la propria giovinezza, ma anche la propria innocenza? I vampiri e i lupi da cui si sente minacciato, e che si sente vivere dentro, in realtà gli stanno intorno. Hanno nomi e volti familiari: quelli del suo amico Jimmy, dei fratelli Val e Nick Savage (Kevin Chapman e Adam Nelson) e dei tanti altri per i quali la sua debolezza indifesa è una colpa e un marchio. È segnato, il destino di Dave. E segnato come sempre lo è quello delle vittime sacrificali, che devono morire perché con loro muoia il “rischio” più grande per i persecutori: quello di mettere in questione se stessi e la propria certezza d’essere innocenti. È segnato ora, come lo fu più di vent’anni fa. Non a caso, dopo che ha ucciso, Eastwood mostra il tatuaggio che copre tutta la schiena di Jimmy: una croce che somiglia a una spada, la stessa che stava sull’anello di uno degli stupratori. Il cerchio s’è chiuso là dove s’era aperto. E così siamo alla fine di Mystic River. A parte Dave e Katie, tutti sono in strada, per la prima volta davvero in pubblico, per la parata e per la festa nazionale. Ci sono i fratelli Savage. C’è Jimmy, con la moglie Annabeth (Laura Linney) che lo ha esortato a esser fiero del sangue versato, come una Lady Macbeth. C’è Sean, che conosce la verità e che starà in silenzio. E c’è tutta la comunità, indifferente alla colpa e certa della propria innocenza, nel fragore e nel sole triste del 4 di luglio.

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Drammaturgia.it (30/10/2003)
Siro Ferrone

Il fiume della vendetta

C’è una scena memorabile (non ce ne sono molte) nell’ultimo film di Woody Allen (Anything else): su una spider rossa, accompagnato da un giovane amico scrittore ebreo, Woody aspetta di parcheggiare; due energumeni gli rubano il posto e, esibendo fisici minacciosi, lo cacciano in malo modo; Woody si allontana umiliato e silenzioso, poi d’improvviso torna indietro, raggiunge l’auto dei due prepotenti e ne sfascia parabrezza e fanali; infine freneticamente, con la mano tremante, riesce a fatica a riaccendere il motore e fugge via. Riecheggiando una comica del muto, l’attore-autore ha rappresentato in maniera folgorante, e parodica, la sindrome disperata dell’11 settembre di un popolo che, purtroppo per tutti noi, non è all’altezza della situazione.

Nel suo ultimo film Clint Eastwood, uno dei migliori registi viventi, ha fornito della stessa sindrome la versione tragica. Anche Mystic River è un’opera sulla vendetta (retaliation, revenge: le parole in bocca a Rumsfield, Rice e Bush). Come in molti (tutti?) i suoi precedenti film, Eastwood accetta di calarsi in un “genere” (western, poliziesco) in modo che la storia da raccontare abbia vincoli molto forti. Diventato prevedibile il quadro di riferimento, l’attenzione si concentra sui personaggi. Qui tre sublimi attori: Sean Penn (anche troppo bravo), Tim Robbins (indimenticabile), Kevin Bacon (una maschera neutra che ricorda tutti i poliziotti interpretati dal suo regista). Attori che diventano, come in teatro, il centro di tutta l’opera.

Tre amici che da piccoli condivisero una tragedia e che da grandi la rivivono con animo diverso. Uno di loro (Robbins) fu rapito e violentato da una banda di pedofili e ne è rimasto segnato gravemente nella psiche e nel corpo, ha una moglie e un figlio che lo amano, ma non basta. Un altro (Penn) è diventato il capetto di un banda di gangster locali. Il terzo (Bacon) è appunto un agente di polizia. Una notte la figlia del capobanda è brutalmente uccisa. Per una maledetta coincidenza, quella stessa notte il più “tarato” dei tre ha commesso un omicidio: ha visto un pedofilo in azione e lo ha massacrato; nessuno però ha trovato il cadavere e lentamente si fa strada il sospetto che egli abbia mentito e che sia stato lui, invidioso della normalità degli altri, a uccidere la ragazza. La moglie lo denuncia all’amico capobanda e orbato della figlia. L’amico poliziotto non crede alla sua colpevolezza, ma tutt’intorno i sospetti si trasformano in certezza.

Scatta la vendetta: l’amico gangster uccide l’amico presunto assassino, poco prima che l’amico poliziotto scopra i veri colpevoli. La vendetta, madre di tutte le battaglie dell’America vittima dell’11 settembre, ha colpito il capro espiatorio di turno. Come in una tragedia. Il film finisce con una parata di ragazze pompons, bandiere a stelle e strisce, fanfare e applausi. Il capobanda è sempre più capo, mentre il poliziotto, contento di essere senza prove, partecipa al banchetto dell’amico ritrovato, mentre la vedova del “tarato”e il loro bambino raccolgono i frutti di una così bella, libera e giusta società.

Raramente è dato di vedere un’opera così piena di odio per l’America. Una società segnata da un destino costruito dai suoi stessi abitanti, o meglio dalla loro ottusa maggioranza (per fortuna c’è una sublime minoranza di individualisti come Clint). La vittima è predestinata: subisce una violenza, viene quindi catalogato nella schiera dei dropout (marginali) e da lì non esce, mai più. Lo ammazzano perché così vogliono la “cultura” della differenza, della forza e della salute pubblica. Polizia e mafia si alleano in un esemplare teorema indiziario.

Tim Robbins annaspa con arte, smarrito e solo, accompagnato dallo sguardo fraterno ma non commosso di Clint Eastwood: un capolavoro di disperazione neutra. Sean Penn esibisce muscoli e tatuaggi (sulla schiena il più eloquente ha la forma di una croce) come Robert De Niro & c., è un buon cristiano come vuole l’attuale presidenza Usa, odia senza riserve e uccide i suoi nemici, ma poi, buon padre-padrino, spedisce alle vedove e agli orfani anonimi sussidi caritatevoli: è un mostro dal volto umano che recita con qualche eccesso di troppo secondo i vecchi dettami dell’Actor’s Studio. Kevin Bacon nasconde dietro una maschera immutabile una storia personale tormentosa, contrasta i pregiudizi di un poliziotto nero (mirabile creazione politically incorrect: un nero che sbaglia!), ma poi alla fine è connivente con l’amico mafioso: nevrosi e perbenismo messi a nudo con assoluta sobrietà autobiografica dal regista.

Non c’è scampo – fa capire Eastwood – chi è solo, e non sta né con la polizia né con la mafia, finisce sul patibolo, capro espiatorio come Antigone, assassinato sul greto del fiume mistico, dove regnano la vendetta e l’ottusità del branco dei maschi. È questo il frutto dell’ideologia della vendetta. Come Rigoletto (Eastwood è autore anche delle musiche del film) Sean Penn vede la figlia morta in un misero sacco, come Rigoletto vede nelle acque profonde la tomba in cui acquietare la sua vendetta, come Rigoletto commette un tragico errore, uccidendo l’innocente. “Vendetta, tremenda vendetta” anche in americano è un canto di disperazione.

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