La dea dell’amore | Recensioni

Recensioni italiane del film La dea dell'amore, diretto da Woody Allen. Contributi di Lietta Tornabuoni, Tullio Kezich, Emanuela Martini, Irene Bignardi, Paolo Mereghetti, Alberto Crespi, Antonello Catacchio, Roberto Escobar, Massimo Lusardi

La Stampa
Lietta Tornabuoni

Che bravo, Woody Allen. Fantastico. Esiste qualcuno oltre lui che, facendo ridere con situazioni divertenti e battute irresistibili, in una commedia newyorkese di costumi sia capace di affrontare intelligentemente almeno tre argomenti assai seri? Primo, le due forme più contemporanee di alienazione femminile: l’aridità egocentrica dell’arrivismo ambizioso, la trivialità patetica del commercio del proprio corpo. Secondo, la relatività della paternità fisica, la forza equivalente della paternità d’elezione. Terzo, l’eterno interrogativo: possono marito e moglie ritrovare l’amore e la passione perdutisi negli anni, nella consuetudine, nei dissensi? Il lieto fine dice di sì. Il matrimonio del giornalista sportivo Woody Allen e della gallerista d’arte Helena Bonham Carter è in crisi, l’eros coniugale è svanito, a letto con la moglie Allen si giustifica: “Mi dispiace, non riesco a trovarla, ho perso l’orientamento”. Come tante coppie esaurite, decidono di adottare un bambino. Lui lo adora, lo trova somigliante a Broderick Crowford, vorrebbe chiamarlo Sugar Ray, Cole, Thelonius o Shane come i suoi prediletti eroi sportivi, musicali o cinematografici; lei se ne occupa poco, ha una nuova galleria tutta sua e anche un’amante. Per amore del figlio adottivo, per curiosità e per vuoto emotivo, lui ricerca la madre del bambino. Scopre che è una prostituta pornoattrice molto simpatica che dopo vari cambiamenti di nome ha scelto quello di Judy Orgasm per interpretare film intitolati all’allegra vulva o alla passera fatata; lei respinge inizialmente le avances (“Alla mia età, se facessi l’amore con te dovrebbero ricoverarmi in rianimazione”); vuol fare di lei una donna onesta e trovarle un buon marito. Succede, ma non per suo intervento. Succede pure che il disamore coniugale di Woody Allen venga superato. Succede che il giornalista sportivo e la ex pornodiva si ritrovino una volta da Schwartz, il negozio di giocattoli sulla Quinta a New York: lui accompagna il bambino nato da lei, lei accompagna la bambina avuta da lui che non lo sa, e lo scambio di figli non ha importanza, non danneggia nessuno. Per la prima volta in un film di Woody Allen, ne La dea dell’amore si sentono termini sessuali anche crudi e battute ribalde, si vedono oggettini quali cactus-pene oppure orologi in cui l’andirivieni del pendolo è rappresentato da un maiale che sodomizza un altro maiale. Per la prima volta, un’invenzione comica bellissima si rifà alla classicità: commenti, discussioni e la certezza della perenne invariabilità dei destini umani sono affidati a un coro da teatro greco e a protagonisti mitici (Edipo, Giocasta, Laio, Tiresia, Cassandra) che spesso invocano Zeus invano (trovano sempre la segreteria telefonica: “Qui Zeus. Non sono in casa…”) e che si mutano alla fine in un balletto americano cantante e danzante lo swing più amato dal regista. Per la prima volta le allusioni autobiografiche diventano del tutto esplicite, dirette, autoironiche: “Io non adotto bambini, figuriamoci, neppure prendo una macchina in affitto…” è la battuta con cui Allen vorrebbe rifiutare l’adozione pretesa dalla moglie, mentre come papà adottivo si dimostra poi tenerissimo, sollecito. Per la prima volta si rivela Mira Sorvino, figlia del caratterista Paul Sorvino, attraente e ottima attrice brillante nella parte della squillo bionda, sboccata, bella, scema, e naturalmente di buon cuore. Magari più corriva e accomodante di opere quali Crimini e misfatti o Io e Annie, la commedia di sentimenti è divertente, seria, incantevole, perfetta: Allen è Allen, amabile anche a sessant’anni.

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Corriere della Sera
Tullio Kezich

“Veh, la tragedia mutò in commedia – piacevolissima, ah! ah! ah! ah!”. Questi celebri versi, scanditi dal soro nel “Ballo in maschera” farebbero bene da epigrafe a La dea dell’amore opera 31 di Woody Allen. Ad apertura di film siamo proprio ( e inaspettatamente, considerate le abitudini stracittadine dell’autore) in piena tragedia classica, con un coro in costume che alza le sue lamentazioni nel Teatro Greco di Taormina. Questa però è soltanto l’ironica cornice della tardiva educazione sentimentale del giornalista sportivo Lenny, alias Woody, stravolto dall’esperienza della paternità; ed è nel giusto chi ci trova un rispecchiamento autobiografico. Gallerista in carrirera, sua moglie Amanda (un’insolita Helena Bonham-Carter) impone al riluttante Lenny l’adozione di un bambino, che dopo molte tergiversazioni (lui vorrebbe chiamarlo Groucho, Django, Thelonius) assume l’innocente nome di Max. Inutile dire che il protagonista si innamora pazzamente del bambino anche perché Amanda è tutta presa dal progetto di aprire una Galleria in proprio e dalla pressante corte che le fa il finanziatore. Tanto ceh a Lenny viene la bizzarra idea di scovar fuori la vera mamma di Max e scopre così che Linda (Mira Sorvino, figlia del caratterista Paul Sorvino) è una pornoattrice, e all’occasione anche prostituta, che si fa chiamare Judy Orgasm. In nome del figlio, Lenny avvia con la madre snaturata un rapporto protettivo improntato a propositi di redenzione. Il coro greco, per bocca soprattutto del corifeo F.Murray Abraham, interviene per far presenti al nostro eroe i rischi che corre; ma Lenny pretenderebbe addirittura di trovare un bravo marito per Linda nella persona di Kevin (Michael Rapaport), un campagnolo inurbato che frequenta la palestra come pugile. Intanto un altro tragico, il cieco Tiresia, (Jack Warden) ha sorpreso Amanda abbracciata con il socio e fa la spia provocando lo scoppio di una crisi coniugale. A questo punto sembrano avverarsi le peggiori previsioni; e alle invocazioni del coro a Zeus risponde dall’Olimpo la segreteria telefonica. Niente va come Lenny vorrebbe, eppure tutto si aggiusta con la nascita imprevista di un secondo figlio di Linda, che si troverà un marito per conto suo. Sempre più simile a una compagnia da “musical”, il coro balla e canta “When you’re smailing”, classico motivo datato 1928, e sui titoli di coda il film si congeda rallegrato dal clarinetto di Benny Goodman. Probabilmente come clarinettista Woody non può misurarsi con quel gigante (lo verificheremo in marzo quando il suo complesso intraprenderà l’annunciata tournée italiana) ma il suo modo di confessarsi scherzando sulle cose derie si ispira, sul tessuto visivo dell’eclettica fotografia di Carlo di Palma, all’impagabile leggerezza dello “swing”. Interpretato da tutti con visibile divertimento, Mighty Aphrodite non ha una nota falsa. Anche una bolla di sapone può costituire un capolavoro.

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Film TV
Emanuela Martini

Ventiquattresimo film di Woody Allen e grande, paradossale, imprevedibile colpo d’ala della comicità dell’autore-interprete. Dopo la crudeltà di Crimini e misfatti, le amarezze di Ombre e nebbia e Mariti e mogli e il ritorno alle ironie lievi e familiari di Misterioso omicidio e Manhattan e Pallottole su Broadway, Woody Allen, in sottotono, senza autocommiserazione e con invidiabile autoironia, azzecca la scommessa di mescolasre guai quotidiani e “scandalosi” della sua vita privata, le abituali nevrosi newyorkesi e il piacere sfrenato per la messa in scena, la rappresentazione, qualsiasi rappresentazione. Un coro greco,. un vero coro greco, tutto impaludato e inquadrato nel suo ambiente naturale (il teatro greco di Taormina) prende il posto del divano dello psicanalista e contrappone e sottolinea amori, incontri, casi, fatalità della vita di un pezzetto di varia umanità newyorkese. Sulla carta, un progetto arrischiatissimo, che in mano ad Allen, però, si è trasformato in un piccolo capolavoro di equilibrio visivo e narrativo, di humor, di esemplare tempismo comico e cinematografico. Il corifeo Murray Abraham comincia a irrompere imprevisto e autoritario nella vita di Woody; il coro, piano piano, da classico si trasforma in corpo di ballo di un musical, e inneggia a Zeus come su un palcoscenico di Broadway. E, più travolgente di tutti, la giovane attrice porno e prostituta Mira Sorvino devasta certezze, gusto e abitudini del protagonista. Un film che è impossibile doppiare (per le esibizioni del coro e l’impagabile voce artefatta della Sorvino) e che ci restituisce tutto il piacere dell’invenzione comica.

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la Repubblica
Irene Bignardi

Nel ciclo della commedia umana di Woody Allen, che arriva con La dea dell’amore alla ventiduesima puntata, si celebra il perfetto matrimonio della struttura con la leggerezza. Può sembrare quasi irriguardoso nei confronti di Allen usare una parola “pesante” come struttura. Ma quello che distingue e arricchisce La dea dell’amore rispetto a una qualsiasi meravigliosa commedia alleniana – con un precedente geniale in La rosa purpurea del Cairo – è appunto una brillante invenzione strutturale: lo sceneggiatore Allen prende le distanze, affida il commento sui casi degli umani a un coro, torna la grande struttura classico del teatro greco, e ne rovescia il senso con una dose urto di ironia e di quella leggerezza di cui parlava Italo Calvino nelle sue lezioni americane. La messa in scena fa il resto. Ironia e leggerezza sono indispensabili nel caso di La dea dell’amore (Mighty Aphrodite in originale, ma forse si è deciso di tradurre il titolo perché in Italia non si sa chi sia Afrodite?): il film di Allen va a toccare il territorio profondo e delicato del desiderio di maternità/paternità, del sentimento parentale, delle minute crisi coniugali che avvelenano la vita senza uccidere. Quella di Lenny Weintrib, cronista sportivo, è a ben vedere la tragedia di un uomo ridicolo, ma i sentimenti che ne stanno alla base sono quelli su cui si è costruita la cultura occidentale. E il film si apre proprio su un coro da tragedia classica, con tanto di maschere e costumi, che sullo sfondo del Teatro Greco di Taormina, in uno stile prima classicheggiante poi via via più gergale, fino a diventare comicamente sboccato, commenta la tragedia di Lenny. Una tragedia che, appunto, tragedia non è. Sua moglie Helena Bonham Carter ha deciso un po’ sbadatamente e un po’ consumisticamente che vuole a tutti costi adottare un bambino – ma il suo atteggiamento rimescola vecchie storie relative a Edipo, Giocasta e compagnia bella. E i personaggi della tragedia greca – riscritta ad usum Manhattan – a poco a poco cominciano ad intervenire nelle faccende di Lenny, di Amanda e del piccolo Max con un tempismo, una misura e un humor di proporzioni auree. Accade infatti che il tranquillo Lenny, in crisi con Amanda che è sempre più frenetica e ambiziosa, affascinato e incuriosito dalla crescita del piccolo Max (sarà la natura dei suoi geni o la natura della casa in cui cresce a farne il piccolo super dotto che è?), inquieto per possibili drammatiche agnizioni future, senza dar retta a Cassandra che vaticina disastri, si metta in cerca della madre naturale del bambino. La mamma in questione ha la voce da gallina, le gambe da trampoliere, l’irresistibile simpatia naturale dei Mira Sorvino, aspirante attrice dal nome d’arte di Linda Orgasm, metà prostituta e metà divetta porno, metà sani sentimenti metà linguaggio da carrettiere. Lenny cerca di ripulirla e di sistemarla buttandola tra le braccia di un simpatico giovanottone un po’ tonto, mentre intanto lui sfiora la crisi coniugale. Ma tutto si ricompone con un divertente guizzo del destino che testimonia come il sentimento materno o paterno sia solo una volontà del cuore. E nel frattempo il coro guidato da Murray Abrham, che strada facendo si è trasformato in un frenetico balletto, invita a non prendere come una tragedia i bellissimi doni della vita. Ancora una volta, grazie Woody. Per lo humor e l’autoironia (“No io non adotto” protesta Lenny). Per la tolleranza e l’umanità. Per la grazia con cui vengono infilate in una cornice di gag strepitose, anche un’inedita sequela di “brutte parole” e un’esplicita terminologia sessuale che la sua presenza da elfo rende lievi e assurde. Per la misura nel gioco della contaminazione. Per l’invito a non prendere tragicamente le cose. E grazie anche ai suoi collaboratori, che contribuiscono in maniera determinante alla riuscita di questo episodio, forse minore ma perfetto: a Carlo Di Palma per la splendida fotografia, allo scenografo Santo Loquasto che è uscito dai salotti Upper East Side per inventare il nido porno di Mira Sorvino, a Mira Sorvino che trasuda simpatia, agli attori tutti: ed è curioso vedere come Helen Bonham Carter si muova alla Mia Farrow. Che si tratti di una piccola vendetta?

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Sette
Paolo Mereghetti

Intendiamoci: quando si parla dei film di Woody Allen, bisogna tener presente che il livello è sempre superiore alla media. Roba buona, dalla sufficienza in su. A volte da nove (Crimini e misfatti), a volte da sette e mezzo (Pallottole su Broadway), a volte da sei più (Misterioso omicidio a Manhattan). Qui siamo intorno al sei, e visto l’autore un po’ dispiace. Ma non riusciamo a farci coinvolgere da questo aneddoto quasi autobiografico, dove la paternità non è un problema biologico ma piuttosto morale e dove anche la più condannabile delle persone (qui la simpatica attrice porno che non disdegna la prostituzione e che affida alla carità pubblica il proprio figlio) può ottenere di essere trattata con dignità e amore. Assomiglia molto a una specie di “memoria difensiva” arrivata in ritardo al processo Farrow / Allen, dove l’introduzione di un autentico coro greco che commenta l’accaduto dal teatro di Taormina cerca di dare un po’ di spessore alla struttura narrativa. Che però rimane esile esile, a momenti divertente, più spesso compiaciuta. Dall’autore di Broadway Danny Rose e di Hannah e le sue sorelle ci saremmo aspettati una commedia capace di scavare di più a fondo, anche solo nelle ossessioni di un sessantenne insicuro del proprio ruolo. E invece tutto ha l’ovvietà di una conversazione sul bordo della spiaggia. Come se anche Woddy Allen si fosse preso una vacanza. Impalpabile.

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l’Unità
Alberto Crespi

La dea dell’amore. Vedere recensioni su Misterioso omicidio a Manhattan, Pallottole su Broadway, Mariti e mogli, Crimini e misfatti, ovvero tutti i gioielli e gioiellini che Woody Allen ci ha regalato negli ultimi anni. Per la serie: ma quanto è bravo Woody, non sbaglia mai un film, ha una facilità di scrittura impressionante, forse gli ha fatto persino bene il divorzio da Mia Farrow e via via dicendo. Sissignori, ormai è pressoché inutile recensire i film di Woody Allen, come era inutile, ai bei tempi, descrivere nel dettaglio tutti i dribbling di Maradona. Basterebbe un cenno di conferma; sì, è uscito un nuovo film di Woody, sì, è sempre in forma, no, non ha ancora appeso le scarpe al chiodo. Quindi, ovvia conclusione: andatelo a vedere, goduria assicurata. È così anche per Mighty Aphrodite, la “potente Afrodite” divenuta in Italia La dea dell’amore. Con una doppia avvertenza: primo, è decisamente il film più comico che Woody Allen abbia scritto e diretto da vari anni; secondo, contiene un sottotesto inaspettato e curioso che lo stacca decisamente da alcuni precedenti film “seri” come Crimini e misfatti e in generale tutti quei titoli con i quali Woody Allen ha tentato di depistarci, facendoci credere di amare più Bergman e Dreyer che il baseball e i grattacieli di Manhattan. Partiamo, quindi, da lì: da questo sottotesto che ci consentirà, per le prossime dieci righe, di scrivere qualcosa di diverso dalle recensioni degli anni scorsi. Il sottotesto è il Coro: un Coro da tragedia greca – le famose sequenze girate nel teatro di Taormina – che, proprio come ai tempi di Eschilo, commenta l’azione dei personaggi, che però agiscono nella New York nevrotizzata di oggi. Detta così, potrebbe sembrare una cosa noiosa e intellettuale: invece il Coro di Woody è una buffonata, tenuta sul filo del rasoio (siamo sicuri che qualsiasi altro regista ne avrebbe fatto la scemenza del secolo) grazie a un umorismo a prova di bomba, e risolto, alla fine, in una sequenza che è la chiave del film, ma anche – tenetevi forte! – di tutto il cinema “alleniano”. Parliamo della scena in cui il Coro, ormai semi-brillo, si mette a ballare e canticchiare in purissimo stile Broadway. Eccola, la prova provata: Woody Allen è un uomo colto, un grande intellettuale, un ebreo che ha frequentato Freud e conosce Marx (Karl, non Groucho), un cinefilo che adora Bergman e Fellini, ma è prima di tutto un uomo di spettacolo americano e le sue radici sono lì, sui palcoscenici di Broadway e off-Broadway per i quali cominciò, trent’anni fa, a scrivere le sue ineffabili battute. Il suo genio (e la sua profondità artistica) risiedono nella contaminazione di tutto ciò, nell’arte di mescolare Eschilo e Marx (Groucho, non Marx): e La dea dell’amore è finalmente il film in cui questa contaminazione è mostrata in atto, nel momento del suo farsi. Tutto il resto, lo scoprirete andando al cinema, cosa che vi consigliamo caldamente di fare. A cominciare dalla trama, che comunque vi riassumiamo. Stavolta Woody si chiama Lenny (come Bruce: un nome a caso?) ed è coniugato con Amanda: i due non hanno bambini e decidono di adottarne uno, nonostante Lenny – battuta ferocemente autobiografica – si dichiari contrario all’adozione. Arriva comunque in casa il piccolo pargolo, e Lenny è travolto dalla curiosità di conoscerne la vera madre, che si rivela essere Linda, una prostituta-porno star sventolona e dal cuore d’oro. Inutile dire che Lenny si innamora, a modo suo, di Linda, e tenta di salvarla dal marciapiede, con gli equivoci e le gag che vi lasciamo immaginare. Utile, invece dire che il film fa morir da ridere e che tutti gli attori – Mira Sorvino, Helena Bonham-Carter, Jack Warden, Olympia Dukakis e il sommo corifeo F. Murray Abraham – recitano come si recita solo nell’Olimpo. Sì, La dea dell’amore è un film davvero benedetto dagli dei.

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il Manifesto
Antonello Catacchio

Un coro classico impazza al teatro greco di Taormina. In fondo i conflitti che agitano gli uomini sono sempre gli stessi. Non fa differenza Woody con moglie rampante, figlio adottivo e gran voglia di conoscere la vera madre del rampollo. La trova, è una giunonica tontolona che campa offrendo quel che ha. Lui si fa carico di trovarle una nuova vita con tanto di finale in gloria, condito con ironia. Allen come sempre sublime nel miscelare sacro e profano, cori greci e newyorkesi, raffinatezze artistiche e kitsch erotico, questa volta si concede qualche trasgressione per un’esibizione stilisticamente perfetta e godibile, ma sa fare di più.

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Sole 24 Ore
Roberto Escobar

Nonostante tutto, si dice alla fine di Crimini e misfatti (1989), gli uomini hanno speranza. Il cuore del comico e del tragico sta in questa contraddizione e paradosso: non ci sono ragioni per sperare, ma si spera. Di che si tratta? Di coraggio eroico? Di cecità un po’ stupida ma meravigliosa? A queste domande rispondono, in genere, i film di Woody Allen: ora commedia ora tragedia, ora invece né commedia né tragedia, ma sospesi fra l’una e l’altra (come Crimini e misfatti e, anche, Ombre e nebbia, del ’91). La dea dell’amore torna sull’argomento e lo fa sorridendo, sotto chiari cieli mediterranei. Il titolo originale del film è Mighty Aphrodite: qualcosa come possente Afrodite. C’è qui, dunque, già una contraddizione, un paradosso comico (la comicità è aumentata dalla rima se lo si pronuncia “familiarmente”: maiti Afrodaiti). Come può essere mighty la tenera dea dell’amore, soprattutto se le dà il viso e il corpo la morbida (e brava) Mira Sorvino? L’intreccio del film viene dalla tradizione classica: nella storia di Lenny, Amanda e Linda (alias Judy Orgasm) s’incontrano il mito d’Edipo (molto rielaborato: Lenny desidera la madre del proprio figlio), i piaceri degli dèi (appena accennati, ma con partecipazione entusiastica), la profetessa Cassandra (nel ruolo che è il suo: rompiscatole), l’invadenza del coro con corifeo saccente, la cecità di Tiresia (che però vede cose delicate, e soprattutto se ne impiccia)… E poi ci sono, più di una volta nominati, i veri protagonisti della tragedia greca: il fato e la hybris (la dismisura, la rottura dell’ordine). Detti così, con il loro peso rischiano di sbriciolare la materia sottile del film. Proviamo a tradurli in linguaggio corrente. Partiamo, ancora una volta, dall’universo né comico né tragico di Crimini e misfatti. Il fato, allora, diventa il caso, il susseguirsi cieco d’accadimenti che – sommandosi “a caso”, appunto – producono la vita di ognuno. Abbiamo un bell’affannarci a immaginare una direzione, un senso morale a quel susseguirsi cieco. La sostanza è che ognuno v’è rinchiuso, e poco importa – dal punto di vista della “retribuzione” in stile delitto & castigo – che si tratti d’una vittima o d’un aguzzino, d’un assassino o d’un bravo Ometto (Kleinmann, piccolo uomo, si chiama il protagonista di Ombre e nebbia). Se poi qualcuno, sconfortato, provasse a chiedere consiglio a Zeus, al suo recapito telefonico troverebbe una segreteria: lasciate un messaggio dopo il bip… Difficilmente sarà richiamato. E la hybris? Verrebbe da renderla con “colpa” ma la si fraintenderebbe. In fondo, anche della hybris il caso è padrone (se così si può dire di un tale che proprio non ci vede). Prendiamo il caso (appunto) d’Edipo. Che colpa ha, se un viaggiatore prepotente gli sbarra la strada e se una vedova ricca e belloccia, per quanto non più giovane, lo prende in simpatia? Per dirla tutta, la reazione dei tebani è eccessiva. Cioè, lo sarebbe se non fosse per via del coro una vox populi che non resiste a spacciarsi per vox dei. E quando questo accade, direbbe il povero Kleinmann, allora ci scappa il morto. Torniamo all’Ometto di Mighty Aphrodite. Per lui, la hybris fa capolino come curiosità, anzi chiodo fisso: trovare la vera madre di Max. Per la verità, c’è anche la circostanza di Amanda che civetta col suo capo e finanziatore, con il seguente calo di tensione erotico-coniugale. In ogni caso (rieccolo, con la sua cecità), Linda è una tal venere che Lenny non può limitarsi a farle da Pigmalione. Insomma, se di hybris si tratta, è pur sempre quella classica tra Mariti e mogli (1992). Chi è colpevole, e di che? Allen ha altro per la testa che andare in caccia di colpe e colpevoli, confondendo la vox populi con la vox dei (o magari il contrario, secondo i gusti). A sessantanni, e con un’intelligenza affinata dalla frequentazione del paradosso comico-tragico dell’esistenza, è molto più interessato a uno sguardo olimpico sulla vita degli uomini e delle donne. Olimpico vale, ovviamente, nel suo significato stretto: che gode d’una prospettiva pacificata, tale e quale all’occhio d’un dio leggero. E per questo che la tragedia diventa non solo commedia, ma addirittura musical, con il coro che intona: “Quando sorridi, il mondo intero sorride con te”. Cosa c’è di più olimpico, di più pacificato, di più leggero del cinema quando canta e danza? Alla fine, così, tutti vivono felici e contenti. Anche Linda. Soprattutto Linda, la maiti Afrodaiti che nasconde tra le sue braccia la più forte tra le non-ragioni della speranza. A meno che, fra vent’anni, il fato non la porti a rimpiangere i bei tempi di Judy Orgasm. D’altra parte, così vuole il paradosso: gli è necessaria un po’ di miopia. Come dice un altro eroe tragico, Prometeo, agli uomini, creature d’un sol giorno, s’addice l'”opaco sperare”. Il risultato può anche essere divertente.

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Ciak
Massimo Lusardi

Le cose precipitano a Manhattan. E il coro – sì, proprio un coro greco, come nel teatro classico – chele invano l’intervento degli dei. Risponde invece la segreteria telefonica che, monotona, ripete: “Qui Zeus, non sono in casa…”. Come ai bei tempi della Garbo, forse valeva la pena di scrivere bello grande sulla locandina: “Woody ride!”. Perché stavolta, quasi come nell’epoca preistorica di Bananas, Woody se la ride (e fa ridere) alla grande: dei piccoli grandi malintesi sentimentali che incendiano gli umani, del buon costume e del giusto mezzo, del sesso (lui, solitariamente così pudico, infarcisce dialoghi brillantissimi di doppi sensi e scurrilità che, grazie al suo tocco, si trasformano in ironica poesia) e soprattutto di se stesso. Riservandosi il ruolo di un giornalista sportivo che, prima di capitolare di fronte all’ostinazione di una moglie in carriera che ha deciso di sentirsi mamma, sbotta: “No, io non adotto!”. Gran maestro di leggerezza e soavità, Allen firma una sceneggiatura giocosa e ottimista, fa un centro perfetto con l’invenzione di un coro che apre sul classico serioso e chiude (sbronzo) con un omaggio al musical e a Broadway, cura con abituale affetto le sue attrici (deliziosa Mira Sorvino, finalmente fuori dai cliché una Bonham Carter che sembra, massima cattiveria, una parodia di Mia Farrow) ma anche i suoi attori (Murray Abraham sornione e simpaticissimo) e si circonda come sempre di collaboratori di gusto. Arrivato alla sua opera n. 26, Allen non è più quello yiddish degli esordi né quello dei grandi capolavori dei tardi anni settanta: gira, puntuale, un film all’anno, all’insegna di un’aurea mediocritas e di piccole eleganti variazioni sul tema. Ma continuiamo ad amarlo incondizionatamente: in fondo è una delle poche certezze che ancora ci sono rimaste.

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