Tutti dicono I love you | Recensioni

Recensioni italiane del film Tutti dicono I love you, diretto da Woody Allen. Contributi di Tullio Kezich, Lietta Tornabuoni, Irene Bignardi, Alberto Crespi, Roberto Escobar, Aldo Fittante, Stefano Lusardi, Emanuela Martini, Roberto Silvestri, Leonard Clady
Tutti dicono I love you

Corriere della Sera
Tullio Kezich

Oggi «tutti dicono I love you», ma in passato non tutti amavano Woody Allen. Ricordo ancora lo sguardo di compatimento che mi rivolse un autorevole collega vedendomi ridere a crepapelle alla proiezione di Io e Annie; e non posso perdonare a quell’altro che bollò Woody Allen come «insopportabile coglione», restandone tanto orgoglioso da raccogliere la definizione in volume. Chissà come questi refrattari accoglieranno la nuova pellicola dell’ebreo di Manhattan, una lettera d’amore al musical che trascorre lieve dalla parola al canto e alla danza, secondo una formula a suo tempo in auge e oggi obsoleta. Ne ho già parlato nel dicembre scorso, al tempo della proiezione straordinaria al Lido di Venezia a beneficio della Fenice, e qui non posso che ripetermi. Con accresciuto entusiasmo, fatti salvi i diritti degli antipatizzanti. Totalmente immersi in un bagno di canzoni d’epoca, con un occhio a Frank Capra e l’altro a Sigmund Freud, seguiamo i casi di una pazza famiglia di New York, completa di nonno svanito e serva-padrona. Riaffezionati coniugi, Alan Alda e Goldie Hawn sono tutti presi dalle vicende dei figlioli: Natasha Lyonne che s’incapriccia di un ragazzo sempre diverso, Lukas Haas in rivolta contro il radicalismo chic dei suoi facendo l’uomo di destra e Drew Barrymore sul punto di sposare il giovanotto Edward Norton. È questo romanticone che introduce la vicenda cantando, per le vie della città, «Just You, Just Me»; e movimentando poi un sabba in gioielleria sul motivo «My baby Just Cares for Me». Servito come sorpresa su un dessert, il prezioso anello di fidanzamento viene incautamente mangiato dalla bella Drew; e l’incidente ci sposta in una clinica, dove malati e infermieri si scatenano in una travolgente esecuzione di «Makin’ whopee». Intanto si è affacciato l’imbranatissimo Woody, che tuttora innamorato dell’ex-moglie Goldie passa da uno scacco sentimentale all’altro; e lui il padre di Natasha, che vedendo passare Julia Roberts a un ristorante veneziano sul Canal Grande confessa al genitore di conoscere tutti i segreti di quella bellissima ragazza avendone spiato le confessioni alla psicoanalista attraverso un buco nel muro. Sicché sul ritmo di una tarantella il protagonista parte all’inseguimento di Julia in una gara di footing per le calli veneziane, forte del fatto di possedere le chiavi segrete per conquistarla. Brutte notizie, invece, sul fronte dell’imminente matrimonio: Drew Barrymore è attratta dal gangster Tim Roth e finisce coinvolta in una rapina. Alla maniera di Marilyn, al paziente Norton non resta che intonare malinconicamente «I’m Through with Love»: un motivo che abbiamo già sentito, biascicato da Woody e che nel finale s’impadronisce del film come sottofondo a un balletto notturno del protagonista con Goldie sulla passeggiata lungo la Senna. Un duetto in cui, tramite effetti speciali, la donna fra le braccia del partner letteralmente vola. Il tutto passando attraverso ulteriori spassose vicende, con il protagonista scaricato anche da Julia Roberts, e altri numeri fra i quali una danza di spettri capitanati dal nonno defunto è un baccanale con tutti truccati da fratelli Marx. Se tentar di riassumere la labile trama del film è un impresa, starlo a vedere è una festa. Giocando sulle immagini delle città più amate, affidandosi come sempre a Carlo Di Palma ispirato trasfiguratore della realtà fotografica, l’autore mette insieme stupendi veterani del genere come Alan Alda e la Goldie Hawn con cantanti e ballerini improvvisati e sull’impalpabile ragnatela degli amori ribadisce la sua visione dolce e amara dell’esistenza.

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La Stampa
Lietta Tornabuoni

Il primo musical di Woody Allen, il più costoso e magari non il più importante dei suoi ventisei film, racconta gli scherzi dolceamari dell’amore; fa la parodia e insieme esprime il rimpianto delle commedie sentimentali e dei musical americani Anni Trenta; traccia un’ironica mappa delle nevrosi contemporanee. È incantevole, divertente, elegante, intelligente, popolato anche di belle ragazzine. Come si deve in un musical tutti cantano, ma da dilettanti, da persone che ricavano le parole dell’amore dalle più struggenti e melodiche canzoni americane classiche (compresa quella di Kalmar-Ruby che dà il titolo al film). Come si deve in un musical tutti ballano, alla perfezione, da professionisti, le coreografie di Graciela Daniele: danzano e fanno coro bambinaie, manichini nella vetrina di Saint Laurent a Manhattan, medici, pazienti, paramedici e partorienti all’ospedale, i commessi della famosa gioielleria Harry Winston, i camerieri del prezioso ristorante Le Cirque, le ombre ben vestite dei defunti; Woody Allen finge di ballare fingendosi Fred Astaire, insieme con la prima moglie Goldie Hawn, sulle rive della Senna, sotto i ponti di Parigi, in una sequenza che è un sogno di leggerezza, romanticismo, stile, divertimento; tutti danzano alla fine al gran ballo Groucho Marx per il capodanno parigino, e tutti hanno i baffi neri folti, le oscure sopracciglia teatrali, il sigaro esagerato del comico prediletto. Durante le quattro stagioni, nelle città più amate dall’autore (New York, Parigi, Venezia), in una vasta e complessa famiglia newyorkese, in un attico di Park Avenue governato da una terribile domestica tedesca, s’intrecciano storie d’amore raccontate da una ragazza detta DJ, figlia di Woody Allen ma abitante con la propria madre Goldie Hawn e col marito di lei Alan Alda: molto più esperta e svelta del padre nelle cose d’amore, è lei a favorirne a Venezia la relazione precaria con Julia Roberts. Sentimento dominante, l’elegante malinconia del crepuscolo: il tempo ha accomodato o accomoda quasi tutto ma intanto la vita se n’è andata, il passato non torna, protagonisti sono ora i più giovani e il loro presente resta incomprensibile. Battute? Anche. In amore “meglio essere piantatori che piantati”, il Principe Azzurro diventa “un tipo carismatico”, Alan Alda critica Dio: “Ammesso che esista, ha lavorato talmente male che la gente dovrebbe coalizzarsi e trascinarlo in tribunale”. Situazioni divertenti? La famiglia ricca, naturalmente democratica di sinistra, è desolata perché il figlio adolescente si mostra reazionario di destra, invoca morale repressiva, pena di morte, governo forte, America al primo posto, punizioni radicali antidelinquenza: finché non si scopre che è malato, ha un’arteria semiocclusa, una crisi di crescita, basta un’opportuna terapia a renderlo progressista come tutti. La ricca Goldie Hawn è impegnata in molte buone cause sociali, ma rimane sgomenta quando il criminale Tim Roth, suo protetto, invitato a cena le seduce la figlia e per un po’ la figlia ci sta. Woody Allen non s’è accorto d’aver avuto per amante un’eroinomane: “Credevo fosse insulina”. L’involontario ascoltare una seduta di psicoanalisi che era al centro dell’Allen-film 1988 Un’altra donna, diventa qui con allusione ironica uno spionaggio giovanile organizzato per divertimento che servirà a Woody Allen per sedurre Julia Roberts: non a lungo, non è nel sognato e comprensivo uomo ideale che si trova l’amore. Gli attori sono tutti perfetti: a sessantadue anni Woody Allen ha un aspetto davvero troppo senile, grinzoso e tartarughesco per interpretare l’innamorato, ma chi non lo perdonerebbe?

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la Repubblica
Irene Bignardi

Tutti dicono I love you è un piccolo gioiello dove trionfano la leggerezza (opposta alla pretenziosità intellettuale), lo humour (come antidoto al sentimentalismo), l’ironia (in quanto contravveleno alla banalità). Ma anche, a dispetto di quello che hanno scritto alcuni antipaticissimi critici americani smaniosi di dimostrarsi esperti di faccende musicali, un piccolo gioiello in quanto musical, che ripercorre e sfida con successo molti dei modelli del genere, da Cantando sotto la pioggia a Un americano a Parigi, da Gene Kelly a Gershwin, allusi, citati, e brillantemente riarrangiati (…) Non vuol dire molto che Julia Roberts non canti propriamente come Streisand e Woody Allen abbia un filo di voce: la musicalità del film sta nei ritmi, e il musical sta nel piacere del gioco, nell’evocazione di una convenzione che viene rivisitata con affetto e divertimento, di un'”artificiosità” inerente al genere che è, guarda caso, la stessa artificiale grazia dell’ambiente di cui Allen ci parla. Si sarebbe tentati di dire – se il rischio non fosse di suonare troppo seri – che si tratta di una scelta autocritica. Si sarebbe tentati di dire che la commedia woodyallenesca ha trovata la forma del suo contenuto (…) Il film si svolge attorno a una grande “famigliastra” della borghesia ricca e colta dell’Upper East Side di New York: il nonno un po’ suonato, la governante kapo, mamma Goldie Hawn che ha tanti soldi “vecchi”, come dicono gli americani delle ricchezze che hanno più di dieci anni, papà Alan Alda che si nutre di retorica patriarcale, un ragazzino diciassettenne che sconvolge i genitori politically correct con delle posizioni biecamente retrive (ma poi si scoprirà che non è colpa sua), figliolette assortite che si innamorano e si disamorano a ritmo di musica, un ex marito – che è Woody Allen, scrittore a Parigi – sempre un po’ innamorato della ex moglie ma pronto a innamorarsi e a farsi piantare a ogni pie’ sospinto dalla bella (e troppo giovane) di turno. Si innamora infatti di Julia Roberts, che conquista a Venezia simulando, in una scena esilarante alla Scuola Grande di San Rocco, una grande expertise in materia di Tintoretto a base d’informazioni da guida turistica (…) Niente di più naturale che vedere questa vita dorata e artificiale esprimersi nell’artificialità codificata del musical. Si comincia con Just you, Just me, cantato da due giovani nubendi sullo sfondo di Manhattan in primavera fotografata meravigliosamente da Carlo di Palma. Si continua in una gioielleria con un balletto al suono di My baby Just Cares for Me degno di Colazione da Tiffany (ma questa volta si tratta di Harry Winston). Poi, secondo il ritmo delle delusioni amorose, tutti, compreso Woody Allen in persona su un balcone del Gritti di Venezia, intonano I’m through with love – la stessa canzone che cantava Marilyn Monroe in A qualcuno piace caldo. Nella magica scena finale a cantarla (benissimo) è Goldie Hawn, sotto un ponte della Senna, mentre Woody, ex marito mai pentito e pieno di rimpianti, la lancia nel vuoto e la fa volare in un aereo balletto reinventato – e ironizzato – dal meglio degli effetti speciali (…) Nel corso di novantacinque minuti di puro piacere, si vedono anche un fantastico numero ospedaliero, una danza scatenata di fantasmi che cantano Enjoy yourself (“prima che sia troppo tardi”), Tim Roth delinquente laureato in libertà provvisoria che seduce la fidanzatina Drew Barrymore (e scatena la reazione terrorizzata dei genitori tanto aperti)… e un gran ballo dove tutti sono travestiti da Groucho Marx – che è una delle cose “per cui vale la pena vivere” elencate da Woody Allen alla fine di Manhattan (… ) Anche Woody Allen resta una delle cose per cui vale la pena vivere, o quanto meno andare al cinema. Tutti dicono I love you aiuta a capire che cosa doveva provare lo spettatore dei cupi anni della depressione quando improvvisamente lo schermo si illuminava, e Ginger o Cid o Fred o Gene si mettevano a ballare – va be’, è tutto finto, ma lassù, sullo schermo, qualcuno ci ama.

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l’Unità
Alberto Crespi

Vista l’aria che tira quando esce un film di Woody Allen, sarà bene dire subito che Tutti dicono I Love You non è un capolavoro. D’altronde nessuno ha l’obbligo, né la possibilità di scrivere ogni volta l’Iliade (dicevano gli antichi, al proposito, che anche Omero ogni tanto sonnecchia). Per cui, dovremmo forse sbeffeggiare questo «Woody Allen minore»? Ma no! Anzi, amiamolo per quello che può dare: un godimento quasi languido, un divertimento che scoppietta per le battute e poi si adagia quando i personaggi cominciano a cantare. Un film che forse non vi «rimarrà dentro», ma vi farà trascorrere una serata di totale, indiscusso relax. Attenzione al verbo «cantare». Tutti dicono I Love You è un musical in cui, a un certo punto, i personaggi cominciano a gorgheggiare. Chi odia il genere (e ce ne sono!), stia alla larga. Inutile dire che, tra le mani di Woody e della sua «compagnia» di attori, il musical di modifica. I numeri di ballo – che il musical classico prevedeva in abbondanza – sono pochi, e francamente non superlativi (anche se la danza di Woody Allen e Goldie Hawn sul lungo Senna, con l’attrice che vola grazie al computer, è davvero toccante). La musica non è scritta per il film: sono tutte vecchie canzoni (di Cole Porter), di Dick Hyman, di premiate ditte come Kalmar-Ruby e Rodgers-Hart) che il musicofilo Allen riprende legandole alla trama, in una sorta di contrappunto narrativo e sentimentale. La cosa bella, è che sono gli attori stessi a cantarle: alcuni bene (Goldie Hawn è una sopresa), altri con il filo di voce e l’intonazione traballante che madre natura ha dato loro (Julia Roberts, per dirne una); ma è spesso emozionante, anche se poco «professionale», vedere questi interpreti buttarsi nel canto, ed è un peccato che il doppiaggio italiano, per quanto corretto, distrugga l’effetto. Ovvio che non si potevano doppiare le canzoni (ma almeno sottotitolarle, sarebbe stato utile). Gli anglofoni sappiano, comunque, che Tutti dicono I Love You è un film che, potendo, deve essere visto in originale. La trama è corale. È la storia di una famiglia ricchissima ed eccentrica che vive nella zona più «in» di New York. Joe (Woody Allen) è l’ex marito di Steffi (Goldie Hawn), la quale si è risposata con Bob (Alan Alda). Joe è rimasto in ottimi rapporti con la sua ex e con il suo nuovo marito. C’è una cospicua nidiata di figli e nipoti, e tutti sono innamorati, o lo sono stati, o stanno per esserlo. La trama ruota attorno alla solitudine di Joe, che all’inizio del film è sull’orlo del suicidio («Ma sì, mi ammazzo. Vado a Parigi e mi butto dalla Tour Eiffel. Anzi, se prendo il Condorde riesco ad ammazzarmi due ore prima») e poi, grazie a uno spassoso inghippo psicoanalitico che non vi riveliamo, riesce a conquistare la bella Von (Julia Roberts), abbordata in una calle di Venezia e poi amata in un superattico di Montmartre. Ma non sarà un amore facile: e il finale, a Parigi, in una festa in cui tutti sono travestiti da Groucho Marx, sembra voler dire che gli amori passano e le amicizie profonde (anche con una ex moglie, certo) restano. Tutti dicono I Love You (è anche il titolo di una delle canzoni) è un film godibilissimo, leggero, garbato. Non è il capolavoro di Woody Allen per il semplice motivo che questo superbo artista è grandissimo quando il suo umorismo e il suo milieu newyorkese, staricco e lievemente snob, si «sporcano» incrociandosi con altri mondi. Avveniva nelle storie crudeli e feroci di Crimini e misfatti e di Misterioso omicidio a Manhattan, o nell’apologo di Ombre e nebbia, o anche nell’incontro con la sboccata prostituta della Dea dell’amore. In quest’ultimo film, ad esempio, l’ingresso in scena del coro da tragedia greca (girato a Taormina) era strepitosa e perfettamente organica; Tutti dicono I Love You lascia invece l’impressione che la struttura del musical sia sovrapposta, non indispensabile: che il film avrebbe potuto essere una normale commedia, senza canzoni. E comunque, non è un caso che uno dei momenti forti del film sia l’irruzione del teppista Charles (Tim Roth), che strega il cuore della bella Skylar (Drew Barrymore) e la induce ad abbandonare il fidanzato per darsi al crimine: è l’unica scena in cui questi ricchi intellettuali alleniani si sporcano un po’ le mani, facendoci morir dal ridere.

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Sole 24 Ore
Roberto Escobar

«Quando sorridi, il mondo intero sorride con te»: così cantava il coro (ex) tragico di quel musical accennato e suggerito che era La dea dell’amore (1995). Naturalmente, nessuno sarebbe tanto ingenuo da prendere la cosa sul serio, a meno che non la sentisse e vedesse in un film. Anzi, come osserva la giovane e saggia Djuna alla fine di Tutti dicono I love you (1996): a meno che non la sentisse e vedesse in un musical, appunto. Ben deciso a rendere verosimile e addirittura “vero” quel che accade a Bob e Steffi e Joe e Von, Woody Allen sceglie dunque d’arrivare ai nostri occhi e ai nostri orecchi lungo la via breve, superficiale e leggera del canto e della danza. E però il suo musical non è il musical, ossia il genere codificato negli anni 30, 40 e 50. Piuttosto, è una sua memoria, una sua citazione meravigliosamente alla buona, piena d’impertinenza affettuosa. Alan Alda e Goldie Hawn e Edward Norton e lo stesso Allen non cantano e non danzano molto meglio di quanto farebbe più d’uno fra noi, che siamo seduti in platea. Ma questo non ci guasta affatto lo spettacolo, e non ce ne diminuisce l’illusione di verità. Tutt’altro. Un po’ come accadeva in La dea dell’amore, anche in Tutti dicono I love you le vette degli dèi olimpici e la pianura della vita s’incontrano felicemente. Là era il mito che faceva lo sforzo maggiore, scendendo fino alle donne e agli uomini quotidiani. Qui invece Allen induce proprio noi, donne e uomini quotidiani, ad aver fiducia nel divino di cui ci portiamo dentro riflessi, tentando una nostra tenera e improbabile scalata all’Olimpo. E noi, che pure abbiamo poco in comune con la dea Marilyn, ci ritroviamo a sussurrare maldestramente con lui I’m Through With Love (da A qualcuno piace caldo di Billy Wilder, 1959). «Just You, just Me», cantano Holden (Edward Norton) e Skylar (Drew Barrymore, che però si fa doppiare da una cantante professionista). Solo tu, solo io, proprio tu, proprio io: ecco tutto quel che serve per imbastire la trama d’una storia, commentano le voci in coro tutt’attorno. E si deve aggiungere: ecco tutto quel che serve per imbastire la trama d’una vita, anzi di due. D’altra parte, il cinema di Allen è stato ed è il racconto comico e tragico della difficoltà tanto del “proprio” quanto, soprattutto, del “solo”. In Tutti dicono I love you la questione è in primo piano. Per quante volte ci s’innamori del “just you” che ha l’aria d’essere quello definitivo, c’è sempre qualcosa o qualcuno che smentisce la previsione: ora si tratta d’un (poco probabile) gangster fresco di galera con un’invidiabile vitalità ormonale, ora si tratta della (più tradizionale) migliore amica. In ogni caso, quello che sconvolge la “trama” è l’imprevedibilità del desiderio, la sua casualità oscura. Ne sa qualcosa Joe, che pure ha la fortuna d’avere chi l’informa a proposito dell’anima di Von, dei suoi sogni e fantasmi, e addirittura delle sue zone erogene. È almeno da Provaci ancora Sam (Herbert Ross, 1972) che, insieme con Woody, aspettiamo un’occasione come questa. Nonostante il suo fascino, neppure il grande Bogey ha mai avuto tanto dalla vita (ossia dal cinema). Pare realizzato un sogno, anzi il sogno: il cuore (e molto altro) d’una donna splendida come Julia Roberts del tutto accessibile, del tutto sotto controllo. La trama dovrebbe dunque filar via senza intoppi: just you, just me… Eppure, per paradosso, il povero Joe perde la bella Von nel momento stesso in cui ai suoi sogni e fantasmi riesce a dare corpo. Altro che Bogey. Nemmeno la mighty Afrodite, la potente Afrodite di La dea dell’amore ci può trovar rimedio. Il desiderio mostra una volta di più la sua natura. Nessuna legge lo governa, nessun oggetto lo contiene. A muoverlo è una mancanza, una tensione interminabile verso un luogo vuoto. Ecco così dimostrata l’utilità e addirittura la necessità di migliorare la trama della vita (a due) affidandone la coerenza al cinema. Invece di cercare la verità del desiderio, la verità del just you, just me, conviene costruirne con impegno leggero l’illusione di verità. Quando ci si riesce, e come se si passasse dalla prosa spietata e veritiera di Mariti e mogli (1992) alla musica e alla danza di Tutti dicono I love you. Ora, dunque, può anche capitare, inaspettatamente, di ritrovarsi una notte di Natale sul bordo della Senna, a ballare e anzi a volare con una leggerezza da far invidia ai divini Ginger e Fred. Come dice Joe, «la vita è sbalorditiva»: non c’è dubbio, non c’è più dubbio. Qualcuno resta scettico? Ebbene, torni a immergersi nelle immagini e nei suoni del film. In particolare, faccia attenzione alla sequenza splendida di nonno Holden che si solleva dalla bara e improvvisa un gran numero da musical di quelli antichi, insieme con una piccola folla d’allegri trapassati. Tenda bene l’orecchio e sentirà quel che cantano: «Enjoy Yourself (It’s Later Than You Think)».

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Duel
Aldo Fittante

Dal 1965 a oggi, fra sceneggiature, regie e interpretazioni, Woody Allen ha preso parte a oltre trenta lavori. Tutti gli anni una volta all’anno, con una media puntuale, precisa, meticolosamente pericolosa, pignola, quasi sospetta, ai limiti della maniera, persino invadente perché i critici – da almeno due lustri in qua – lo aspettano al varco, lo attendono per la classica fucilazione (ci sono andati vicino con Ombre e nebbia, 1991). Il suo cinema è intriso di cinema, di citazioni filtrate, di amori dichiarati con affettuosa lontananza e distacco, anche se comunicativamente chiarissimi. A sessant’anni suonati, dopo una batosta come quella del processo intentatogli da Mia Farrow, dopo innumerevoli capolavori, nessuno avrebbe osato chiedere altro. Solo qualche battuta (ogni tanto), qualche zampatina (perché quando ci si abitua, è dura), qualche immagine che servisse a mentenere vivo il ricordo di un autore e di un cinema cresciuto con noi, con i nostri anni, le nostre passioni. Invece Woody, il magnifico Woody, liberatosi della strega Mia, ha relaizzato un capolavoro, forse “Il Capolavoro della Sua Carriera”. E lo diciamo così, banalmente e didascalicamente. Perché altre parole suonerebbero male, stonerebbero e basta. Everynody Says I Love You è un musical, fra Jaques Demy e Vincente Minnelli. È una commedia sofisticatissima da consumare a colazione (da Tiffany). È un viaggio dentro il Cinema degli Anni d’Oro, dentro la Hollywood grande distributrice di Sogno. È Tim Roth che canta stonato come una campana su una terrazza con vista sulla Grande Mela eppure funzionalissimo. È un caleidoscopico ipernutrito e ipercalorico che ti fa ingrassare ogni minuto che passa e scorre. È una colonna sonora che riporta in vita Cole Porter e Chiquita Banana. È il definitivo omaggio ai fratelli Marx, a cominciare da Groucho dopo quello, memorabile di Io e Annie. Ricordate? «Non e entrerei mai in un club che accettasse tra i suoi soci gente come me». In sottofinale, tutti ballano vestiti di baffoni finti, sopracciglia esagerate e immancabile sigaro tra le labbra. È Gene Kelly, è Ginger & Fred, ma è anche cinema contemporaneo purissimo e alto: uno strepitoso Alan Alda; una sorprendente Julia Roberts; la bad girl Drew Barrymore trasformata in Leslie Caron; Goldie Hawn clonata in grazia (era possibile?); e tre corpi conosciuti acerbi – il Lukas Haas di Witness, la Natalie Portman di Léon, la citata Barrymore di E.T. Attori talmente rivitalizzati che sembrano vivere da sempre sui set dei film di Allen. È il coraggio di tagliare in montaggio le scene con Kim Rossi Stuart, Liv Tyler e Tracey Ulmann, eliminate totalmente nella versione finale del film. Tutti dicono I love you è libertà assoluta, è volo leggerissimo sulle cose belle della vita: cantare, ballare, spiare una donna mentre si confessa dall’analista, passare il Natale a Parigi con la famiglia dell’ex moglie, conquistare una bellissima femme fatale a Venezia fingendo di sapere tutto di Tintoretto e su Bora Bora, improvvisare un geniale balletto in una corsia in un ospedale fra infemieri e “stati interessanti” (probabilmente la vetta più alta raggiunta dall’Allen regista: un piano sequenza che fra un paio d’anni studieranno nelle scuole). È il piacere degli occhi, di rimanere inchiodato in poltrona spalancandoli, e col piede che parte per i fatti suoi a ritmare una manciata di note del nostro secolo. È emozione fortissima, implacabile spietata. È lacrime di gioia, sogni e bisogni, risa e sorrisi, tornare indietro e guardare avanti. In Everybody Says I Love You c’è tutto il mondo che ci piacerebbe fosse: just Woody, just Allen.

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Ciak
Stefano Lusardi

Woody Allen è sempre più europeo. Della vecchia Europa ama il buon cinema (Bergman è stata una sua ossessione) e la buona pittura (in Manhattan si parlava di Van Gogh, qui va forte Tintoretto). Dell’America, invece, ama soprattutto ciò che è perduto e lontano: i fratelli Marx e il musical di Gershwin e Cole Porter. Se i Marx se li porta dietro dai (bei) tempi di Prendi i soldi e scappa, il musical aveva già fatto capolino nel coro greco de La dea dell’amore. Stavolta, dall’allusione, è passato alle vie di fatto. Una commedia in musica, a cui non manca un pizzico di cattiveria: tutti cercano l’amore ma il «leit motiv» ripete «non voglio innamorarmi più», si celebra il «carpe diem» ma lo danza un gruppo di fantasmi e proprio lui, Woody, conquista la sua Julia Roberts solo con l’inganno. Nonostante gli ottimi interpreti (perfetto Alan Alda, disinvolta Goldie Hawn) e la gradevoli canzoni, il film ha un grave difetto: la nostalgia è solo snob, l’ironia non ha più la vivacità di un tempo. Solo un ennesimo divertissement gradevole e grazioso. Ma, alla lunga, la «leggerezza alleniana» rischia di diventare pura vacuità.

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Film TV
Emanuela Martini

La tenerezza malinconica di Hannah e le sue sorelle, l’indiscrezione puntigliosa di Un’altra donna, le trovate paradossali di Ciao Pussycat (sceneggiato da Allen nel ’65), la macchina a mano di Mariti e mogli, il romanticismo di Manhattan. Aggiungete un pizzico del musical newyorkese all’aria aperta alla Donen/Kelly, la raffinatezza di Minnelli, il lusso scintillante di Gli uomini preferiscono le bionde di Hawks, la follia imprevedibile e irridente dei fratelli Marx. Miscelare, ed ecco l’ultimo, geniale film di Woddy Allen, un puro musical, dove tutti i personaggi dai barboni per strada ai manichini nelle vetrine di Saint Laurent, ai ragazzini mascherati per Halloween, all’improvviso cominciano a cantare e, talvolta, a ballare. Chi ha un fil di voce (Allen, con “I’m Through with Love”, il filo conduttore del film), chi intona con garbo sornione (Alan Alda, che sta diventando il perfetto alter ego di Allen), chi rivela una voce perfettamente impostata (Tim Roth, improbabile gangster innamorato, in una scena romantica con Drew Barrymore). Tutti dicono I love you è un piacere per gli occhi, per l’intelligenza e per lo spirito, una storia di famiglia, di innamoramenti e di malinconie, della vita che va avanti per casi e per follia, basta imparare a riderci (e a ballarci) su. Nato dalle esibizioni del Coro in La dea dell’amore, è parente strettissimo di Io e Annie, Manhattan e Hannah e le sue sorelle, che, alla loro maniera, erano già costruiti come musical. Almeno quattro numeri impagabili: “My Baby Just Cares for Me” (dal gioielliere, puro anni ’50), “Enjoy yourself (It’s Later Than You Think)” (irresistibile, nella camera mortuaria), l’ultimo “I’m Through with Love” (anche “danzato” sulla Senna da Allen e Goldie Hawn) e la festa dei Groucho Marx. Entrerà nella lista delle cose per le quali vale la pena di vivere?

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il Manifesto
Roberto Silvestri

Il secolo svanisce danzando, ma stranamente. Svitato. Capovolto. Cinico e piangente. Almeno a giudicare dai nuovi prototipi di un genere dimenticato, il musical, improvvisamente riemerso. In particolare dal ventiseiesimo film di Woody Allen, Tutti dicono I love you e dalla famiglia eccentrica, agiata e numerosa che ne è protagonista e che ci racconta cos’è e cosa non è una pena d’amore e perché tutti tutti tutti continuano a farsi del male, ma godendosela un mondo. Ognuno nel cast ha il suo assolo e i suoi duetti, ambientati quasi sempre a Manhattan. Ma il protagonista no. Lui, nervosamente, è in giro tra Parigi e Venezia, tra Montmartre e il Cipriani: è proprio l’errante, infaticabile romantico intellettuale in stato d’allarme Woody Allen, e qui si chiama semplicemente “Joe”. È un capofamiglia che poi ha divorziato dalla moglie, Goldie Hawn, che si è sposata con Alan Alda, ma tutti sono rimasti amici (come è successo a Roberto Rossellini dopo il divorzio dalla prima moglie) e non solo per questioni di figli e figlie. In questo momento sta giocando sporco perché sta disperatamente studiando “Tintoretto” perché ha saputo che la sua nuova fiamma, intravista al Gritti Hotel, ha quella rispettabile mania dentro il corpo, allenato a jogging tra le calli, da Julia Roberts. In amore, non al Parlamento, niente regole. Sono graditi, anzi, pettegolezzi e ogni genere d’informazione: meglio ancora se si riesce a spiare il colloquio segreto con lo psicoanalista. Tendenza? Commedia yiddish, ironica autoironica, come sempre da quando Allen non sta più con Mia Farrow. Insomma non: “filone Bergman”. È uno dei suoi lavori più divertenti e folli. Si pensi che non solo i manichini di Yves Saint Lauren danzano nelle vetrine della quinta strada, ma che, alla fine, una grande festa costringerà tutti a dipingersi i baffi, e indossare il frac proprio come il più buffo dei Marx mai vissuto. Anche se, nella scena più intensa, dove sono gli spettri a ballare, in pieno funerale Upper East Side, penetriamo in una dimensione altra e inquietante, tipo danza messicana di scheletri gaudenti. E si sbatte, d’incanto, contro un vetro. Tra Ghostbuster e Eisestein. Il fatto è che Woody Allen riunisce nello stesso set, attraverso i loro attori emblematici, tutte le tendenze dell’attuale cinema americano, dagli inconciliabili a Hollywood, e li fa a fettine uno a uno, facendoli gareggiare coi loro archetipi insuperabili o coi loro direttori: Cukor, Minnelli, Lubitsch… Se non avesse tagliato, per problemi di lunghezza, anche le scene alla Fenice, con Kim Rossi Stuart e Liv Tyler, ce n’era anche per Antonioni e Bertolucci. Ed ecco che i numeri, come in una produzione classica MGM, alla Freed (il mitico produttore di Hollywood anni ’50-’60 che realizzò i musical più fiammeggianti di Gene Kelly, Stanley Donen e Vincente Minnelli), si snodano “naturalmente”, e là dove la vita pretende più luce, più poesia, ecco che si tramuta in musica, canto, danza. È l’espediente giusto per evitare la retorica e le frasi fatte. Con un bel motivetto in sottofondo si può dire ciò che vuole… E anche se le canzoni sono dei monumenti griffati Gershwin e Porter (le fissazioni di Allen) il tutto ha più il sapore di una strimpellata in casa Irving Berlin: è cucito allo stadio di rammendo, come la tecnica pianistica non sublime del compositore yiddish di September song. Identico il cuore, a forma jazz. Allen conosce bene il cinema americano. Linklater e Clerks? Basta Nathalie Portman e la scena del drugstore per ridimensionare Slacker con i Disney rosa anni ’60. Tarantino e il dramma fatuo? C’è Tim Roth, gradasso, anfetaminico, malavitoso a suo agio perfino quando è “sopra le righe”. I classici della nuova onda? C’è Alan Alda, ma è talmente coinvolto (o ubriaco) che ride a crepapelle in continuazione, giocandosi l’Oscar fin dalla prima battuta. I ribelli della “no X generation”? C’è Drew Barrymore, e la sua imitazione di Sandra Dee è da vertigine. I blockbuster sono rappresentati ovviamente da Julia Roberts, le cui labbra sono un monumento al chirurgo di Beverly Hills (quello all’opera in Fuga da Los Angeles) e soprattutto la padrona del vapore, Goldie Hawn, che Allen alla fine strattona e lancia in aria nel peggiore numero musicale. Da non perdere. I loro nomi nel film, poi, sono tutto un programma. “Von” e “Steffi”, proprio come la tennista e tutti i teutonici. Se non ami, anche se sei ricco, sei un miserabile. Questa è la morale. Dunque una commedia sentimentale buffa che non si addormenta mai grazie a dosi massicce di “Billy Wilder”, una droga sulla quale per fortuna non si andrà ancora a referendum. Anche se aumenta il cinismo fino all’intollerabile.

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Variety
Leonard Clady

Woody Allen’s Everyone Says I Love You is the filmaker’s tip of the hat to movie romance, 1930s musicals and modern neurosis. It’s a cinematic oxymoron – complex, bold and audacious and simultaneously simple, guiless and sublime. This is that rare Allen outing that transcends his cozy niche and plays to the masses. The combination of screen smarts and a heartwarming, humorous tale should garner both a fistful of honors and provide him with his biggest hit since Hannah and Her Sisters.. Everyone is the filmmaker’s idea of a musical, and, not surprisingly, his take is singular. The Manhattan setting is familiar, but when Holden (Edward Norton) looks adoringly into the eyes of Skylar (Drew Barrymore), he isn’t prone to spout poetry; rather, he croons the bygone hit “Just You, Just Me.” Apart from an occasionally curiosity piece, it’s been decades since Hollywood produced original musicals. This one embraces the spirit of Warner Bros.’ boy-woos-girl yarns that starred the likes of Dick Powell and Ruby Keeler. The notion may seem retro or antiquated, but Allen’s zeal to provide a modern spin, and his game, engaging cast quickly transform one’s initial shock into sheer viewing delight. The story rather loosely hangs on the young lover’s impeding wedding. As with many of Allen’s past movies, the new film has a narrator who also serves as guide, moderator and participant in the day-to-day mishigass of the privileged class. DJ (Natasha Lyonne) is Skylar’s older half-sister and, by alla appearances, the least judgmental of the key characters in this crazy quilt. Skylar’s parents – Bob (Alan Alda) and Steffi (Goldie Hawn) – are comfortable, liberal and poster candidates for nuclear family of the year. Steffi used to be married to Joe (Allen), DJ’s biological dad, who’s trying not to get involved with the wrong woman…again. There’s also her half-brother, Scott (Lukas Haas), an inexplicable conservative whose traditional attitude provides one of the biggest laughs at the picture. The dilemmas and personal dynamics are familiar territory for anyone who has even a nodding acquaintance with the Allen oeuvre. They provide a much-needed anchor to the cat’s-cradle narrative that boldly jumps into song and jets off to France and Italy in pursuit of hopes, dreams and adventures. “Everyone” is fascinated with life’s inevitable ironies. This is best illustrated by Steff’s latest cause – the rehabilitation of convicted felon Charles Ferry (Tim Roth). When he’s paroled, naturally he’s invited to dinner. The brood, effecting true liberal myopia, pretend away his rough edges. But that will rapidly evaporate when Skylar finds herself drawn to him and, at least temporarily, calls off the wedding. Joe is caught up in an amour fou orchestrated by DJ. She decides her dad is ideally suited to the much younger, married Von (Julia Roberts), and devises an elaborate charade that unfolds with the precision and novelty of a Rube Goldberg construct. There’s no logical reason why the filmmaker’s well-plowed turf should adapt to the musical form. But it’s obvious that he has an exceptional ear for matching vintage tunes to the emotional pitch of the script. And his instinct for the singing prowess of a cast dominated by performers with limited or no experience in the form (Alda and Hawn excepted) is uncanny. Roberts, Roth and Allen himself aren’t about to be signed to a record label or open for Tony Bennet, but each demonstrates a pleasant way with a song. In fact, only Barrymore ultimately was dubbed by a professional. Overall, this is one of Allen’s strongest casts. Still, Hawn is just a little brighter and more memorable than the others in the ensemble. Her climactic dance with Allen along the banks of the Seine is truly magical. Another revelation is Norton, a performer who has an unabashed way of selling a song and putting his heart into his dance routines, particularly a shopping-spree number set to “My Baby Just Cares for Me.” Tech credits are pristine, with such Allen stalwarts as cameramen Carlo Di Palma and production designer Santo Loquasto rising to the unique challenges of the new outing. The film is considerably more emotional than the director’s more recent ventures and, obviously, more phisically elaborate. Yet none of the craftsmen betray the signature simplicity that’s evolved in the filmmaker’s canon. Everyone Says I Love You finds Allen in top form as a master farceur, juggling a variety of comic styles, real and fanciful narratives and honing his visual acumen to a keen edge in a work of unfettered sagacity.

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