No Time to Die | Recensioni

No Time To Die

L’agente 007 James Bond, ormai ritirato dal servizio dopo la cattura di Franz Oberhauser, viva un’esistenza tranquilla in Giamaica, lontano dalle avventure e dai pericoli che hanno contornato la sua carriera da spia. Questa sua serenità dura davvero poco, disturbata improvvisamente dalla comparsa di Felix Leither, un vecchio amico che lavorava per la Cia. L’uomo si è messo in contatto con Bond per chiedergli aiuto per una missione: liberare uno scienziato rapito, Waldo Obruchev. Bond accetta e viene affiancato da Nomi, una nuova agente. L’impresa si rivela più delicata e rischiosa del previsto. La ricerca porterà lo 007 sulle tracce di un super criminale, Lyutsifer Safin, affiliato alla Spectre e in possesso di una nuova tecnologia che potrebbe mettere a rischio il pianeta.

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Corriere della Sera (29/09/2021)
Paolo Mereghetti

Bond tra ricordi e rimpianti: un eroe fragile che offre pathos, dramma, azione (voto 7½)
La spettacolarità a tutti i costi si conclude nelle primissime scene del film

Chi l’avrebbe mai detto che anche James Bond si sarebbe proustizzato? Il più anti-intellettuale degli agenti segreti, il più nottambulo e sciupafemmine (almeno nelle intenzioni del suo creatore Ian Fleming: mai «coricato di buonora» lui) con gli anni e le avventure — qui siamo alla venticinquesima — ha cominciato a fare i conti con i ricordi del passato, con il peso della nostalgia, con i rimpianti.

Le «madeleine» punteggiano il film dall’inizio, con la visita alla tomba di Vesper Lynd (protagonista del film che aveva imposto Daniel Craig come sesto Bond: Casino Royale) e con la presenza costante di bambine e bambini incaricati di sottolineare quell’intreccio di dolcezza e cattiveria, di modi accattivanti e di azioni mortali che è un po’ la chiave dei villain bondiani. Fino al confronto in carne ossa e passione con Madeleine Swann (Léa Seydoux), omaggio alla «Recherche» fin dal nome e chiave di volta di questo No Time to Die, che già dal titolo vorrebbe essere indizio anagrammatico di quello che succederà nei suoi 163’ minuti.

Il tamtam pubblicitario aveva già annunciato che questa sarebbe stata l’ultima avventura di Daniel Craig, pronto a essere sostituito da una collega nera (la muscolosa Lashana Lynch) e infatti dopo i titoli di testa lo vediamo godersi in solitudine la pensione. Prima, nel tradizionale incipit, avevamo assistito all’entrata in scena del vendicativo Lyutsifer Safin (Rami Malek, in quelle scene ancora coperto da una inquietante maschera da teatro No) e alla crisi sentimentale tra James e Madeleine, inseguiti da un passato — rivedere «Spectre», dove la Swann era figlia di un nemico giurato dell’agente segreto — che sembra doverli perseguitare per sempre.

Dalla pensione lo strappa l’amico Felix (Jeffrey Wright) che lo vuole al suo fianco per affrontare un caso sfuggito al controllo delle Grandi Potenze e di cui sarà presto chiara la gravità (una biotecnologia mortale che agisce in maniera irreversibile sul Dna umano). La scena a Cuba, dove è spalleggiato dalla notevole Paloma (Ana de Armas, troppo presto espulsa dal racconto) è in perfetto stile bondiano: colpi di scena, sparatorie, fughe, persino l’immancabile Vodka-Martini «agitato, non mescolato». Così come lo era stato l’inseguimento precedente, tra le strade di Matera, dove gli stunt si sono davvero superati mentre si consumava la crisi tra Bond e la Swann.

Poi però il film prende un altro passo, meno concitato e anche meno ripetitivo, che riporta Bond a incrociare M (Ralph Fiennes) e Q (Ben Whishaw) ma che lo spinge anche a sottolineare — con più amarezza che ironia — come l’universo dei film precedenti e i suoi stessi protagonisti si siano irrimediabilmente «rimpiccioliti». Il mondo è cambiato e anche la saga bondiana ne deve tener conto. Proprio come ne terrà conto moltissimo No Time to Die, anche se ogni anticipazione rovinerebbe le tante sorprese del film.

Evidentemente il passaggio di consegne tra Sam Mendes (che aveva firmato gli ultimi due film) e Cary Fukunaga, e il nuovo team di sceneggiatori (restano Neal Purvis e Robert Wade, esce John Logan sostituito dal regista e Phoebe Waller-Bridge) si fanno sentire sulla costruzione del film: la ricerca della spettacolarità a tutti i costi si conclude nelle primissime scene per lasciare il campo a una più inquietante claustrofobia, accentuata dalla fotografia con ambizioni caravaggesche di Linus Sandgren. L’incubo orwelliano del controllo totale (al centro di «Spectre») lascia il campo a uno scenario vicino all’autodistruzione, dove i fantasmi del passato non si possono scacciare e il solo contatto tra umani può innescare processi di morte (condannando così teoricamente tutti a una solitudine forzata, specchio della perdita di valori dei nostri tempi).

Così a James Bond non resta che rimpiangere (proustianamente) il passato, quando il nome in codice di 007 era solo suo, la psicoanalisi non aveva ancora fatto capolino nella saga (iniziata nel 1962 con «Agente 007 – Licenza di uccidere»: forse la più lunga della storia del cinema, sicuramente quella di maggior successo) e il confronto con le «madri» (la M di Judy Dench) aveva esiti meno devastanti.

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la Repubblica (29/09/2021)
Roberto Nepoti

No Time to Die, Daniel Craig e l’ultimo James Bond: mai dire mai
Con ‘No Time to Die’, quinto (e forse ultimo) dei capitoli interpretati, sono quindici anni che l’attore veste i panni dell’agente segreto al servizio di Sua Maestà: più di Sean Connery e Roger Moore

“Il mio nome è Craig… Daniel Craig”
Pare uno scherzo, ma sono quindici anni che Daniel Craig veste i panni dell’agente segreto al servizio di Sua Maestà. Come dire che è lui ad avere rappresentato Bond per più tempo di qualsiasi altro attore, Sean Connery e Roger Moore inclusi. E pensare che, all’inizio, nessuno lo voleva: troppo biondo, non abbastanza bello, poco carismatico e charmant; alle spalle una carriera eclettica ma non entusiasmante. È quanto ci ricorda tutta la prima parte di Being James Bond. The Daniel Craig Story, il documentario di Baillie Walsh che accompagna l’uscita di No Time to Die, quinto (e forse ultimo) dei capitoli interpretati da Craig.

All’inizio, bersagliato dai paparazzi e insultato dagli hater del web, l’attore britannico si sentiva smarrito. Fino a quando il reboot della saga bondiana Casino Royale non riscosse un consenso immediato, confermato dai tre episodi successivi Quantum of SolaceSkyfall e Spectre: che, tutti, realizzarono incassi enormi piazzandosi tra i film di Bond più redditizi di sempre. Però le ambasce di Daniel non erano finite. Sotto shock a causa dell’improvvisa, enorme popolarità, per un certo tempo il nuovo 007 visse come un carcerato agli arresti domiciliari, diventando scontroso con la stampa e sentendosi un topo in trappola. Prima di imparare a gestire il successo con tutti gli annessi e connessi; incluso comparire in un video promozionale accanto alla regina Elisabetta e ricevere la nomina – un po’ grottesca – a comandante onorario della Royal Navy in coincidenza con la “prima” di No Time to Die.

Uno 007 dal volto umano
Con Craig è nato un “altro” Bond. Anche se le dinamiche in cui è coinvolto rispondono ancora al principio enunciato a suo tempo da Umberto Eco (quello della “geometria variabile”, dove gli episodi sono sempre i medesimi ma assemblati in combinazioni diverse) quel che varia, con lui, è proprio l’eroe. Il prototipo del nuovo corso, Casino Royale, propone-impone un Bond più giovane, più umano e più vulnerabile. Dotato perfino di un “passato”: il che non sarebbe stato possibile con le declinazioni affidate agli algidi, scanzonati e praticamente invulnerabili 007 di Connery (che all’epoca Ian Fleming trovava troppo belloccio e “bambinone” per impersonare la sua creazione), Moore o Brosnan. Fin dalla scena iniziale, in bianco e nero, del primo film Craig combatte con brutalità, soffre, digrigna i denti e fatica più dei predecessori a far fuori gli avversari.

Di lui Roger Moore disse: “Sembra un assassino, sembra che sappia davvero cosa sta facendo”. Cambia anche il suo rapporto con le donne: non più le bionde bambole dette Bond-girl, ma personaggi femminili (come Vesper Lynd) con ruoli quasi da comprimari. Il suo arrivo ridisegna anche il rapporto della serie con i corpi: quando l’attore, modellato da lunghe sedute di palestra, esce dalle acque del mare proponendosi come corpo erotico, funzione un tempo toccata a Ursula Andress o Halle Berry. Una decisiva novità riguarda anche il rapporto con il suo capo M, il direttore della Intelligence britannica interpretato dalla grande Judi Dench. La quale aveva già interloquito con Pierce Brosnan in GoldenEye, ma col Bond di Craig assume un rilievo ben maggiore; dalle sfumature di maternità vicaria ai duetti comici (quando rimprovera 007 per qualche comportamento stupido) fino allo struggente finale che tutti i fan della saga ricordano.

Uno stoico al servizio di 007
Tornando al documentario Being James Bond, tutta la carriera di Daniel Craig nei servizi segreti è costellata di performance rischiose, che gli costarono dolorosi effetti collaterali (“insistevo per essere io lo stunt – ricorda l’attore – e mi facevo molto male”) e perfino fratture. Allorché, al tempo di Skyfall, si ruppe una gamba ed ebbe una prognosi di nove mesi: per non interrompere le riprese, il prologo dell’inseguimento sui tetti fu girato con Craig retto da un cavo, poi cancellato in post-produzione. Perché la saga postula, comunque, dosi massicce d’azione e Daniel “è” pur sempre Bond: quando lotta, spara o guida l’auto da campione schivando una gragnuola di pallottole.

In quanto Bond, poi, non potrebbe essere astemio; anzi, rispetto ai suoi gaudenti predecessori ingoia un numero anche maggiore di drink: 26 in Casino Royale, 25 in Spectre (però al cameriere che gli chiede se voglia il vodka-martini mescolato o agitato risponde: “chi se ne frega?”). Nell’ultima scena del citato documentario Bond/Craig getta la pistola, con palese allusione al suo definitivo congedo dal personaggio. Del resto ha compiuto cinquantatrè anni, l’esatta età in cui Connery tornò a impersonare Bond in Mai dire mai. Ma il titolo di quel film non ci suggerisce proprio nulla?

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Il Fatto Quotidiano (29/09/2021)
Anna Maria Pasetti

007 No Time to Die, l’ultimo film della saga di James Bond è gran un colpo di scena: ecco cosa dobbiamo aspettarci

Con No Time To Die si assiste alla quintessenza di questo nuovo-Bondismo più devoto agli alti valori che alle facili scopate dopo un “Martini agitato, non shakerato”.  No Time For Spoilers: si è detto abbastanza, la parola ora passa al pubblico

No Time For Spoilers. Così recita la didascalia che campeggia da sottotitolo di No Time To Die ad ogni prémière per la stampa in giro per il mondo. E l’ormai consueta raccomandazione legata ai blockbuster 2.0 ha più di una ragion d’essere, cioè colpo di scena, per questo nuovo capitolo del franchise più “classico” e duraturo della Storia del cinema. L’uscita del quinto, tormentato ed ultimo film di Daniel Craig nei panni di James Bond non solo è stata palleggiata da un rimando all’altro (ovviamente causa Covid), ma nel tempo della spasmodica attesa si è anche pregiata di legarsi al “Bond definitivo” fin dalla sua origine. Insomma, Bond e non più Bond? Eppure il titolo fa ben sperare, non è tempo per morire.

Nella sacrosanto rispetto del “no spoiler” il non facile commento critico può cominciare da un breve questionario:

I colpi di scena valgono il silenzio di chi l’ha visto verso chi intende vedere il film? Sì
L’abnorme durata dell’opera (163’) è giustificata e sostenibile? Abbastanza e sì.
È consigliabile rivedere Spectre (il precedente film) per gustare No Time To Die al meglio? Sì, ma non necessario.
Questo capitolo di 007 piacerà in prevalenza al pubblico maschile o femminile? Femminile, ma anche trasversalmente a tutti gli amanti della saga e dei film di spionaggio in generale.
Dei cinque film con Craig è il migliore? No, il migliore resta Skyfall.

Al netto del gioco di lapidarie risposte sopra elencate, che gli spettatori potranno serenamente sconfessare a partire da domani, 30 settembre, quando questo o Bond diretto da Cary Joji Fukunaga (il geniale inventore di True Detective) vedrà la luce di tutte le sale del pianeta, è naturalmente opportuno allargare le riflessioni. A partire da ciò che No Time To Die sembra voler veicolare (con non poca insistenza) e sigillare nella memoria del suo pubblico. E ciò può sintetizzarsi in una frase pronunciata da un personaggio all’inizio del racconto: “Il passato non è morto”. L’intero film, infatti, appare pervaso più da emozioni e pensieri legati al passato che non al futuro, quasi fosse un malinconico viaggio nei misteriosi territori della nostalgia e del desiderio di amare. Certamente non mancano l’action esplosiva, l’irresistibile British humor, i vertiginosi viaggi in maestosi paesaggi (Matera ne esce straordinariamente bene..) e il fascino di personaggi e attori sempre al top, ma se volessimo declinare in aggettivi No Time To Die non ci sarebbero dubbi su: romantico, sentimentale, esistenziale… ai limiti del commovente. Probabile complice di questa sentimentali-virata è certamente il contributo in sceneggiatura di Phoebe Waller-Bridge, la creatrice e interprete della serie cult Fleabag.

In definitiva, James Bond, che vive nel suo tempo fuori-dal-Tempo, ha trovato nel corpo di Daniel Craig – e nelle trame messe in scena dai registi Martin Campbell e soprattutto da Sam Mendes che finalmente ha trasformato i “filmetti” sull’agente di Ian Fleming in cinema – un eroe umano, pensante, fragile e fallibile, quasi più devoto all’anti-eroismo che al successo. Con No Time To Die si assiste alla quintessenza di questo nuovo-Bondismo più devoto agli alti valori che alle facili scopate dopo un “Martini agitato, non shakerato”. No Time For Spoilers: si è detto abbastanza, la parola ora passa al pubblico.

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la Repubblica (30/09/2021)
Emiliano Morreale

No Time to Die, lacrime e sentimenti: le spie non sono più quelle di una volta
La recensione del 25esimo film della saga cinematografica di James Bond, il quinto con Daniel Craig

Un film di Bond diverso da tutti gli altri: l’ultimo con Daniel Craig, l’ultimo con l’agente come lo ricordiamo e come è in fondo stato in tutte le pur diversissime incarnazioni da Sean Connery a Pierce Brosnan. Ma in fondo il percorso era già avviato negli ultimi film (Skyfall anzitutto), e l’agente con licenza di uccidere era andato diventando, da maschio alfa più o meno ironico, un uomo dotato di psicologia, passato, sentimenti. Qui più che mai un tetro alone crepuscolare aleggia sul film fin dai titoli (canta Billie Eilish) e dai 25 minuti che precedono i titoli di testa, forse la cosa migliore del film. Siamo in una Matera glamour-primitivista, dove l’agente è in vacanza con una donna di cui pare sinceramente innamorato, e dove si trova sepolta la donna che ha perduto.

Il prosieguo sarà pieno di fantasmi del passato: ritiratosi con disincanto in Giamaica, Bond viene richiamato perché in un laboratorio segreto a Londra è stata rubata una misteriosa arma segreta, qualcosa a metà tra la nanotecnologia e il virus. Gli sceneggiatori giocano con i grandi incubi di oggi, l’epidemia globale, la manipolazione genetica e la violazione della privacy. Ma intorno tutto è opaco: i capi di Bond sono poco affidabili, ci sono mali peggiori della Spectre. Insomma, No Time to Die è un film senile e serioso, specie nella seconda parte, in cui le inverosimiglianze non hanno la piacevole gratuità di altri della serie (e Fukunaga è un regista efficace nelle scene d’azione, ma in difficoltà nelle altre: quando non sa che fare, piazza un controluce). E però la senescenza e l’uscita di scena di Bond vanno bene così, sentimentali e un po’ piagnoni, come addio a un mondo che non c’è più. Quello delle spie, ma anche di un cinema spettacolare e spaccone, fatto di attori, eroi e nemici in carne e ossa. Come dice un personaggio: “Guardavamo il nemico negli occhi. Ora fluttua nell’etere”.

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il manifesto (05/10/2021)
Giona A. Nazzaro

No Time To Die, il mito di Bond e l’innocenza perduta
Al cinema. Diretto da Cary Fukunaga, ritrova i filoni della saga in quello che appare un capitolo finale definitivo. Daniel Craig si cala con intensità crepuscolare per l’ultima volta nel ruolo in vista di una successione «sostenibile» e più accogliente del mito

In fondo No Time To Die, l’ultimo 007 con Daniel Craig nei panni dell’agente con licenza d’uccidere, è il film che maggiormente ha tematizzato tutte le trasformazioni macroscopiche che hanno investito il cinema in sala da quando è scoppiata la pandemia. Mentre tutti fissavano il dito di Netflix, la mancata distribuzione di 007 provocava di fatto la chiusura della catena di Cineworld, dando così vita a voci su una caccia all’asta per accaparrarsi il film da parte delle grandi piattaforme.

L’uscita  continuamente rimandata nelle sale di No Time To Die è anche  il racconto più affidabile (con le varie puntate scandite dai rumour riportati dai trade del settore) degli stravolgimenti affrontati da tutta la filiera del cinema. L’agonia di un’economia cinematografica sta nelle strategie adottate dall’industria per salvaguardare le ultime tappe di un passaggio verso lo streaming globale in condizioni impreviste – il film peraltro è  balzato subito in testa agli incassi dopo il primo fine settimana.

Tutto ciò, ovviamente, non può che riverberare in maniera sinistramente ironica nel film stesso, con l’importanza drammatica ricoperta dai virus e veleni di Lyutsifer (!) Safin interpretato da Rami Malek. Il plot, ovviamente, come da tradizione, è bello complesso, e s’articola in vari filoni che toccano tutta la saga di 007. La volontà, a quanto è dato di capire, sia degli sceneggiatori che dello stesso Daniel Craig (senz’altro il Bond più working class di sempre) è stata quella di comporre un capitolo finale, definitivo. In grado sia di proiettare una nuova prospettiva sul passato che, soprattutto, di rilanciare il personaggio nel futuro. Da questo punto di vista Craig si cala con intensità crepuscolare nel ruolo. Gioca molto di ironia autoreferenziale (la gag dello smoking a Cuba, per esempio) e dimostra di avere recepito l’esigenza di una riscrittura di quella che sostanzialmente è un’icona della guerra fredda, al servizio dell’imperialismo britannico. In fondo il miracolo culturale più interessante di Bond è di essere riuscito a sopravvivere al suo contesto storico e di essere assurto a icona atemporale.

D’altronde è l’adattabilità del mito a dire della sua forza ed efficacia. In questo senso il discorso su una successione «sostenibile» di Bond, magari non occidentale, bianca ed eterosessuale, è forse più interessante di quel che sembra. Infatti, non si tratta di adeguarsi ai tempi (scelta di mero marketing) ma di rendere il mito stesso più ospitale, accogliente. In grado di parlare a quante più persone possibili. Il film si apre a Matera, dove Bond giunge assieme a Madeleine Swann (Léa Seydoux). Accompagnato da Pio Torre (A ciambra) 007 si reca alla cappella dove è seppellita Vesper Lynd (l’indimenticabile Eva Green). La tomba, come in una perfetta situazione da Looney Tunes, gli scoppia in faccia. Inizia così un interessante set piece (inseguimento in moto, auto e sparatoria) coreografato dal coordinatore stunt Gary Powell (epica la corsa sulle scale in moto). L’apice della parte italiana è senza dubbio il salto mozzafiato dal ponte di Gravina di Puglia (eseguito dal temerario David R. Grant) che nella precisione chirurgica del montaggio di Elliot Graham e Tom Cross sembra eseguito in continuità da Craig e, infatti, il pubblico letteralmente trattiene il fiato.

Nella sua lunghezza (ben 163 minuti) il film si riserva ancora qualche momento emozionante (la resa dei conti nei boschi) ma seguendo lo spirito travelogue istituito dagli altri film della saga (anche se strada facendo il ritmo perde colpi). Si fa largo, inevitabilmente, un sospetto di seriosità, ma l’interpretazione partecipe di Craig equilibra. Si capisce perfettamente come l’attore tenti di lasciare un segno profondo nel personaggio e nell’immaginario che lo regge, visto che questi, di riflesso, saranno inevitabilmente parte della sua persona, pubblica e privata, per sempre. Questa consapevolezza del mito, e della sua funzione, permette al film di sopravvivere anche a luoghi comuni come la solita isola deserta dove il cattivo di turno (Safin) complotta contro il mondo.

È vero, probabilmente ha ragione Alan Moore che nella saga di La Lega degli Straordinari Gentlemen appioppa a Ian Fleming e a Bond il ruolo di lacchè dell’impero, eppure anche lo spettatore più smaliziato alla fine è sfiorato dal rito collettivo che si compie in No Time To Die. James Bond ha attraversato la storia del ventesimo secolo, e segnato quella del cinema intesa come spettacolo popolare. Coloro che all’epoca di Operazione Moonraker, Solo per i tuoi occhi, La spia che mi amava, Octopussy vedevano 007 come il conseguimento di una maggiore età cinefila, di fronte all’esibita complessità merceologica, narrativa e politica di No Time To Die, il primo film della saga a essere diretto da un americano (Cary Fukunaga) – un altro cambiamento epocale – si ritrovano un po’ come a commemorare un’innocenza perduta. Sulle note della canzone eseguita da Billie Eilish, ci si chiede «sono stato stupido ad amarti?». Domanda destinata a restare senza risposta, perché tanto non c’è mai tempo per morire.

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Ciak (Novembre 2021)
Oscar Cosulich

LA STORIA — La prima sorpresa è già nella sequenza iniziale, dove Bond non appare: assistiamo invece a una scena famigliare molto lenta, parlata in francese e interrotta dal brutale incontro di Madeleine Swann bambina (Coline Defaud) con Lyutsifer Safin (Malek) che, con il volto coperto da una maschera Nò giapponese, uccide sua madre e la insegue fino a un lago ghiacciato. Stacco alloggi: Madeleine (Seydoux) e Bond (Craig) godono la meritata luna di miele preannunciata dall’ultima scena del precedente Spectre quando 007, dimesso dal servizio attivo, guidava sereno verso il tramonto a bordo dell’Aston Martin DB5 con al fianco la sua bella. Il passato di entrambi torna però prepotentemente a intralciarne la serenità, con un cattivo che suscita inquietanti echi con la minaccia del Covid, pur essendo stato scritto e interpretato prima dello scoppio della pandemia. Tra inseguimenti e sparatorie, l’incontro con una Bond-girl superlativa come Paloma (Ana de Armas), nemici vecchi e nuovi da fronteggiare, la novità più grande è quella di vedere l’agente segreto più famoso del mondo mettersi psicologicamente a nudo come mai prima d’ora, rivelando un’anima melò e un imprevisto desiderio di famiglia.

L’OPINIONE — Senza fare spoiler possiamo sottolineare come Daniel Craig abbia tenuto fede alla promessa di lasciare un segno indelebile sul suo James Bond, con una trionfale quanto imprevedibile uscita di scena. Già il fatto di veder tornare al suo fianco Madeleine è una piccola rivoluzione perché 007 è sempre stato un donnaiolo impenitente. L’unica eccezione che si ricordi era Tracy (Diana Rigg) che, in Agente 007 – Al servizio segreto di Sua Maestà (1969), giungeva fino al matrimonio con Bond (George Lazenby), giusto in tempo per essere freddata da Blofeld (Telly Savalas) alla fine del film. A parte quell’occasione, ogni amore di Bond era destinato ad apparire e scomparire rapidamente e la fanciulla di turno poteva considerarsi già fortunata se sopravviveva all’avventura. Il caso di Silvia Trench (Eunice Gayson), che dopo Agente 007 – Licenza di uccidere (1962) torna sullo schermo nelle prime scene del successivo A 007, dalla Russia con amore (1963), era infatti rimasto finora un unicum che Madeleine/Seydoux ha ora ampiamente surclassato. In questa quinta ed ultima performance Craig completa il processo di mutazione del personaggio da lui iniziato nel 2006 con Casino Royale e il suo 007, pur implacabile e feroce quanto necessario, mostra un’impensabile fragilità umana e un cuore sensibile che mai avrebbero potuto rivelare le sue precedenti incarnazioni.

SE VI È PIACIUTO GUARDATE ANCHE… Dopo No Time to Die, Casino Royale, Quantum of Solace, Skyfall e Spectre vanno ora considerati come un unicum narrativo, completo solo se visto nella sua interezza.

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Ciak (Novembre 2021)
Flavia Salierno

Abbiamo tutto il tempo del mondo, dice Bond verso la fine del film, mentre Louis Armstrong, con una delle sue canzoni più belle, We Have All the Time in The World, offre lo sfondo romantico, e insieme malinconico, per accompagnare la medesima cornice emotiva del film.

E “non c’è tempo per morire” (“no time to die”), ne sembra il seguito. Che vuole essere un proposito a vivere profondamente senza rimandare, anche nella più pericolosa delle situazioni. Questo è uno 007, infatti, in cui prevalgono gli umani sentimenti e limiti. Sarebbe il tempo per il contatto con le proprie stanchezze e fragilità, per la ricerca del silenzio, e del ritiro. Con la sua Madeleine, perché, in due, in compagnia dell’amore, si sa, è tutto più bello. Sarebbe tempo dei saluti, dopo tante mitiche e clamorose avventure, al confine tra la vita e la morte. Ma il vero commiato, in realtà, è quello del protagonista di uno dei ruoli più ambiti della storia del cinema. Daniel Craig, infatti, è ora pronto per dedicarsi alle nuove avventure della sua vita professionale.

Un addio è un addio. E lascia in chi lo vive, inevitabilmente, un vissuto luttuoso inesorabile. Ci si affeziona ai personaggi delle saghe come fossero persone di famiglia. E salutarle (per sempre) è comunque un dolore. Di fronte a un lutto di famiglia, ci si riunisce tutti, e si ricordano i momenti, e le persone o personaggi più importanti e significativi. Come la famiglia di protagonisti dei tanti 007, creatasi nel corso degli anni. Come in ogni addio, è il tempo delle riflessioni, e la resa dei conti delle azioni mancate, o sbagliate. E degli amori perduti. Come quello per la bellissima Vesper, a cui dedica il “forgive me” (“perdonami”) del biglietto, bruciato davanti alla sua tomba. Anche gli uomini più forti, anche gli eroi più impenetrabili, infatti, fanno i conti con la fragile esposizione ai sentimenti. Il rimando è al Bond del 1969, Solo peri tuoi occhi, in cui l’invincibile 007 visita la tomba di Tracy, il grande amore perduto. Anche nei personaggi fantastici delle grandi narrazioni, a partire dai miti greci, l’amore è sempre presente. Insieme con quelle caratteristiche, che sconfinano oltre l’umano, in grado di far sognare la possibilità di una soprannaturale onnipotenza, tanto agognata dalla terrena fragilità. Da quando lan Fleming creò il personaggio di 007, l’incarnazione di tutte le idealizzazioni umane trovò il contenitore perfetto. E Bond, nel corso delle sue innumerevoli edizioni, è passato tra mille peripezie, sparatorie e infinite acrobazie. E, dopo tanto meraviglioso sesso, vissuto con le donne più belle del Pianeta, ha imparato che il tempo migliore si passa con quella profondamente amata. Non c’è tempo per morire, quindi, perché, per quello, arriverà. Per ora limitiamoci solo a salutare un attore che, insieme al suo personaggio, ha contribuito a fare la storia del cinema. Certi del fatto che questo mondo, in fondo, non sarebbe lo stesso, senza Bond, James Bond.

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Ciak (Novembre 2021)
Marco Palombi

ANCHE TU, BOND? #METOO: VA IN SCENA IL SACRIFICIO RITUALE DEL MASCHIO BIANCO ETEROSESSUALE
Va chiarito subito che questo pezzo non avrà scrupoli nello spoilerare la trama di No Time to Die, il 25esimo capitolo della saga cinematografica di James Bond, l’ultimo con Daniel Craig, forse l’ultimo e basta: lettore avvisato, mezzo salvato. Perché ci si occupa qui dell’ultima incarnazione di Bond-James-Bond? Semplice, è uno dei film più politici dell’anno e lo è, per così dire, nel modo più penetrante, mentre ti distrae con gli inseguimenti, i gadget tecnologici, gli oggetti di lusso, i bei corpi e tutto il resto. No Time to Die non è in realtà il 25esimo film di Bond, è il sacrificio rituale del maschio bianco eterosessuale attraverso uno dei suoi simboli più discutibili e, insieme, divertenti e iconici. Un’ovvia operazione di revisione di un personaggio che nacque come summa del maschio degli anni ’50 della Guerra Fredda (virilità tossica compresa) era iniziata fin da Pierce Brosnan (il miglior 007 cinematografico a giudizio di chi scrive): «La considero un dinosauro misogino sessista, una reliquia della Guerra Fredda il cui puerile fascino, sprecato nel mio caso, ha invece colpito la giovane donna da me mandata a valutarla», dice M. (Judi Dench) in Goldeneye a un Bond che aveva già acquisito qualche dolore psicologico sconosciuto ai suoi predecessori. Durante il lungo regno di Craig – dandismo, belle donne, cazzotti e sparatorie a parte – il povero 007 era già un relitto da lettino dello psicanalista almeno da due episodi, ora per compiere il sacrificio rituale bisogna che Bond non sia nemmeno più Bond. Basti dire che scopa una sola volta in tutto il film e con la sua fidanzata, che poi lascia per questioni spionistiche ma a cui resta fedele. Bevicchia ancora quando può, ma 007 – per morire come l’epoca richiede – deve diventare l’icona dell’amore romantico, anzi della famiglia tradizionale visto che lei ha dato alla luce il suo bambino e lui si sacrifica per salvare moglie in pectore e pargolo in via di riconoscimento. E mica muore e basta, no: Bond – ormai in pensione, sostituito come 007 da una donna nera (Lashana Lynch) – viene letteralmente fatto saltare in aria assieme a un’isola, acciocché non se ne conservi neanche un pezzetto da usare come reliquia nei peggiori bar di Caracas. E dire che ai tempi di Sean Connery, M. ricordava al suo sottoposto che «il doppio zero della sua sigla l’autorizza a uccidere, non ad essere ucciso». La morte può attendere, era il titolo dell’ultimo film di Brosnan nel 2002, vent’anni dopo non può attendere più. Anche tu, James Bond? Yes, #MeToo.

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Cineforum (01/10/2021)
Pier Maria Bocchi

Rivolgendosi all’amata Madeleine, James (senza Bond, per una volta) le confida che «You have made the most beautiful thing I have ever seen». Hai fatto la cosa più bella che io abbia mai visto. Vedere. Naturalmente, si vedono delle cose. Però anche le cose sono immagini. È stato scritto più volte – a ragione – che il ciclo bondiano di Craig (5 film) era chiamato a resettare e nello stesso tempo a rilanciare l’immaginario dell’agente speciale britannico con licenza di uccidere (che, sottolinea M in una scena, significa anche licenza di non uccidere). Così ha fatto, e non c’è bisogno di ripeterne ragioni e esiti.

Tuttavia se c’è una cosa che questa nuova registrazione della serie ha portato a termine è appunto porre il soggetto come mai prima – o come mai prima in modo così determinante – di fronte a delle immagini. Segno dei tempi, certo, e direi anche grazie al cielo. A partire da Casino Royale, 007 è stato obbligato (sì, un obbligo) a confrontarsi soprattutto, e quindi perfino prima del confronto con i suoi antagonisti psicopatici alla conquista del mondo, con se stesso. Meglio, con l’immagine di se stesso. Non è un caso che si tratti dei cinque episodi più prepotentemente psicanalitici (mi si perdoni il termine). Come d’altronde non è un caso che in questo modo, a forza di confrontarsi con il sé, James Bond sia finito piegato, prono, addirittura – eresia! – sconfitto.

Vedere, dunque. Hai fatto la cosa più bella che abbia mai visto. Ossia ho visto l’immagine (di me) decisiva, dopo la quale non ci possono essere altre immagini uguali. In No Time to Die James non fa che vedere il proprio io riprodotto, rifranto, accecante, accecato. Tutti i film con Craig sono modulati su continui raffronti, che si rilanciano e si rinnovano. L’immagine bondiana, e in particolare l’immagine bondiana conosciuta, attesa, prevista, adorata, l’immagine istituzionale e patriarcale, l’immagine del maschio alfa, in questi film è rimessa in discussione, e in No Time to Die chiusa.

Era accaduto una sola altra volta, con Al servizio segreto di Sua Maestà, che di No Time to Die è – precisamente e manifestamente – l’immagine riflessa. Che cosa sono i nanobot di cui si serve il villain Lyutsifer Safin, che se inoculati ti rendono vulnerabile a vita e ti espongono ai virus costruiti “a tua immagine e somiglianza”, se non delle matrici di immagini? Il nanobot come specchio di me: sono io, è il mio DNA, è il mio io. Il nanobot risolutivo per James è la sua stirpe, the most beautiful thing I have ever seen. È qui che Bond finisce e che James trova il suo più profondo significato umano.

In Al servizio segreto di Sua Maestà, Bond diveniva improvvisamente James di fronte al corpo senza più vita della neo-sposa Tracy; in No Time to Die l’immagine di sé che Casino Royale, Quantum of Solace, Skyfall e Spectre hanno già provveduto a interrogare finalmente incontra la (propria) verità. Allora poco importano le scene d’azione, che se ci fosse un regista come si deve sarebbero un po’ più di sostanza; e poco importano le parentesi mélo, che se non avessero quell’orribile fotografia smarmellata risulterebbero quanto meno più intense; e poco importano anche alcune discretamente infelici scelte di casting, tanto non è sui comprimari o sui nemici che James si guarda: ciò che conta per davvero, nel venticinquesimo capitolo della serie, è, in epoca di diffusione e moltiplicazione esponenziale di immagini, il suo straordinario tempismo mediale.

Sicché No Time to Die non soltanto riflette sull’icona (il che di per sé non sarebbe una grande novità), ma la fa scontrare con il suo senso tradizionalistico, la flette e la pone dinanzi al suo riverbero più puro. L’immagine primaria. L’immagine a grado zero. Da qui, da un urto che è una collisione identitaria ma anche, segnatamente, di genere, James non può che rinascere, e Bond non può che riattivarsi. Perché se è vero che James Bond non muore mai, anzi, non può mai morire, è altrettanto vero che oggi l’eternità della sua immagine non può essere altro che una questione di sguardo.

* * *

The New York Times (29/09/2021)
A.O. Scott

Recensione No Time to Die: la sua parola è il suo legame
Nel 25° episodio della venerabile serie – l’ultimo di Daniel Craig nei panni di 007 – il suo eroe è di umore cupo.

“Non c’è tempo per morire”. È un titolo un po’ ambiguo. Non c’è tempo perché siamo troppo impegnati o perché ora non è il momento giusto? I creatori dell’ultimo film di James Bond ci hanno generosamente fornito 163 minuti, inclusa una sigla di Billie Eilish, durante i quali possiamo riflettere su questo e altri urgenti interrogativi. Questo si aggiunge ai quasi 18 mesi di ritardo “pandemico” che abbiamo atteso per questo episodio (il 25° in assoluto e l’ultimo di Daniel Craig nel ruolo del membro meno segreto dei servizi segreti di Sua Maestà).

Arriva con un curioso miscuglio di pesantezza e spensieratezza. La mortalità incombe sulle battute e sugli inseguimenti in auto: non solo l’atteso massacro di servi anonimi, ma una nuvola nera di dolore, perdita e stanchezza. All’inizio, nel bel mezzo di una vacanza mediterranea dai toni alti, Bond visita la tomba di Vesper Lynd, l’amante morta in Casino Royale nel 2006. “Mi manchi”, dice, e No Time to Die  è insolitamente preoccupato per la memoria e il congedo. Girando in punta di piedi tra gli spoiler, dirò che si tratta di una serie di lunghi addii.

Essendo cresciuto nell’era di Roger Moore, quando la sfida a ogni tipo di gravità era il segno distintivo della serie, ho difficoltà ad adattare i miei occhi all’oscurità e alla possibilità delle lacrime. Non mi fido del tutto delle emozioni che il regista (Cary Joji Fukunaga) e il comitato di sceneggiatori (Fukunaga, Neal Purvis, Robert Wade e Phoebe Waller-Bridge) mettono in gioco, o dei temi pesanti che raggiungono.

Man mano che i nodi della trama vengono raddrizzati, le complessità dello spionaggio si ritirano a favore di un dramma pesante e familiare di sacrificio e vendetta. Il cupo cattivo alfa (un ultra-gotico Rami Malek), che vuole spazzare via gran parte dell’umanità ed è un misto di idealismo coagulato e trauma non guarito, potrebbe ricordarti Thanos nei film finali di Avengers. E l’atmosfera generale: un look che è sia opulento che generico; un tono che mescola una sbrigativa professionalità a un’autocommiserazione sregolata; una fusione aggressiva ed estenuante di grandiosità e divertimento — è più una saga di supereroi che un’avventura di spionaggio.

Tuttavia, non puoi odiare del tutto il giocatore, anche se sospetti che possa essere nel tipo sbagliato di gioco. Bond, ora ufficialmente in pensione dall’MI6, si definisce ironicamente “un vecchio relitto” e, a differenza di alcuni dei suoi predecessori, Craig non prova neppure a sembrare più giovane di quanto non sia. (Craig ha 53 anni. Il personaggio, concepito da Ian Fleming come un uomo che aveva visto l’azione nella seconda guerra mondiale, deve essere da qualche parte intorno ai 100 ormai.) Il che non vuol dire che il magnetismo di Craig si sia attenuato o che la sua iscrizione in palestra sia scaduta .

Uomo ideale del 21° secolo, il suo Bond ha sempre avuto il corpo più duro e il cuore più tenero. Mettendo da parte la misoginia soave e da playboy delle precedenti incarnazioni, si addolora e si strugge e dice “Ti amo” in diverse lingue.

Lo dice in francese, per esempio, a Léa Seydoux. Interpreta Madeleine Swann, una possibile femme fatale la cui storia la collega al cattivo principale, la Lyutsifer di Malek. Ci vuole un po’ di tempo per emergere, il che dà al film il tempo di svelare un’intricata matassa di doppio gioco e anche di controllare alcuni vecchi amici e nemici. Lo spettro di SPECTRE riemerge, così come la sua ex mente, Ernst Stavro Blofeld (Christoph Waltz), e il vecchio amico della CIA di Bond, Felix Leiter (Jeffrey Wright).

Come si suol dire, il nemico del nemico del mio nemico è la mia ragazza. O qualcosa di simile. Quando la canzone di Billie Eilish è finita, James si è separato da Madeleine e si è stabilito in un tranquillo complesso su un’isola caraibica. Ma poi un’arma biologica viene sottratta da un laboratorio londinese, e noi siamo fuori e corriamo, con un nuovo set di auto e orologi e abiti su misura.

E una squadra di cracker che mescola volti nuovi e familiari. M è Ralph Fiennes. Q è Ben Whishaw. Moneypenny è Naomie Harris. L’Impero Britannico è un lontano ricordo, Judi Dench è molto mancata e la geopolitica contemporanea è una voce vaga. C’è un nuovo 007, tuttavia: Nomi (Lashana Lynch), a cui è stato dato il vecchio numero identificativo di Bond e che ha un simile set di abilità, inclusa la capacità di snocciolare battute nel bel mezzo di uno scontro a fuoco. La sua presenza sembra immediatamente indicare la direzione di discussioni ricorrenti sul casting di Bond: il personaggio deve essere maschio? deve essere sempre bianco? — e per scacciarli via. Un franchise avente Nomi come protagonista potrebbe essere interessante, ma non trattengo il respiro.

Il futuro di James Bond, in ogni caso, è un argomento per un altro giorno. Mentre siamo in tema di tempo, dirò che se No Time to Die durasse 90 minuti, potrebbe valerne la pena. Fukunaga ha un modo frizzante ed elegante con l’azione, e alcuni dei set hanno lo stile e l’inventiva dei numeri musicali, in particolare una festa all’Avana dove Ana de Armas si presenta per interpretare Cyd Charisse accanto al Gene Kelly di Craig. Quella sequenza sembra un ritorno al passato e un aggiornamento, riprendendo la tradizione di Bond di eleganza, fascino e alta stupidità.

Beh, ci sono ancora ore di sciocchezze da parte di Lyutsifer da sopportare. La resa dei conti finale, un’interminabile missione di ricerca e salvataggio in una base situata su un’isola al largo della costa del Giappone, presuppone che ciò che i fan vogliono più di ogni altra cosa sia un piagnucoloso, stuzzicante cliché. Il cattivo si spiega a lungo e propone che lui e l’eroe siano immagini speculari l’uno dell’altro. Non l’abbiamo mai sentito prima. “Siamo due eroi in una tragedia che abbiamo creato noi”, si lamenta. Ma non è una tragedia. È un errore.

No Time to Die Review: His Word Is His Bond
The 25th episode in the venerable franchise — and Daniel Craig’s last as 007 — finds its hero in a somber mood.

No Time to Die. It’s kind of an ambiguous title. No time because we’re too busy or because now is not the right moment? The makers of the latest James Bond film have generously supplied us with 163 minutes — including a slow-moving Billie Eilish theme song — during which we can ponder this and other urgent questions. That’s in addition to the nearly 18 months of pandemic delay that we have waited for this episode (the 25th overall and Daniel Craig’s last in the role of the least secret member of Her Majesty’s Secret Service).

It arrives with a curious mixture of heaviness and insouciance. Mortality looms over the quips and car chases — not only the expected slaughter of anonymous minions, but an inky cloud of grief, loss and weariness. Near the beginning, in the midst of a high-toned Mediterranean holiday, Bond visits the grave of Vesper Lynd, the lover who died in Casino Royale in 2006. “I miss you,” he says, and No Time to Die is uncommonly preoccupied with memory and leave-taking. Tiptoeing around the spoilers, I will say that it amounts to a series of long goodbyes.

As someone who grew up in the Roger Moore era, when defiance of every kind of gravity was the hallmark of the series, I have trouble adjusting my eyes to the darkness and the possibility of tears. I don’t entirely trust the emotions that the director (Cary Joji Fukunaga) and the screenwriting committee (Fukunaga, Neal Purvis, Robert Wade and Phoebe Waller-Bridge) put into play, or the weighty themes they reach for.

As the knots in the plot are straightened out, the intricacies of spycraft recede in favor of a ponderous, familiar drama of sacrifice and revenge. The gloomy alpha villain (an ultra-gothy Rami Malek), who wants to wipe out much of humanity and is a mixture of curdled idealism and unhealed trauma, may remind you of Thanos in the final Avengers movies. And the overall vibe — a look that is both opulent and generic; a tone that mixes brisk professionalism with maundering self-pity; an aggressive, exhausting fusion of grandiosity and fun — is more superhero saga than espionage caper.

Still, you can’t quite hate the player, even if you suspect he may be in the wrong kind of game. Bond, now officially retired from MI6, refers to himself tongue-in-cheekily as “an old wreck,” and unlike some of his predecessors, Craig makes no attempt to seem more youthful than he is. (Craig is 53. The character, conceived by Ian Fleming as a man who had seen action in World War II, must be somewhere around 100 by now.) Which is not to say that Craig’s magnetism has dimmed or that his gym membership has lapsed.

An ideal man of the 21st century, his Bond has always had the hardest body and the softest heart. Casting aside the suave, playboy misogyny of the earlier incarnations, he grieves and pines and says “I love you” in several languages.

In French, for example, to Léa Seydoux. She plays Madeleine Swann, a possible femme fatale whose back story links her with the main bad guy, Malek’s Lyutsifer. He takes a while to emerge, which gives the movie time to unravel an intricate skein of double-crosses and also to check in on some old friends and enemies. The specter of SPECTRE resurfaces, as does its erstwhile mastermind, Ernst Stavro Blofeld (Christoph Waltz), and Bond’s salty old C.I.A. pal, Felix Leiter (Jeffrey Wright).

As the saying goes, the enemy of my enemy’s enemy is my girlfriend. Or something like that. By the time that Billie Eilish song is over, James has split from Madeleine and settled into a quiet compound on a Caribbean island. But then a biological weapon is snatched from a London laboratory, and we are off and running, with a new set of cars and watches and smartly tailored suits.

And a crackerjack team that mixes new and familiar faces. M is Ralph Fiennes. Q is Ben Whishaw. Moneypenny is Naomie Harris. The British Empire is a distant memory, Judi Dench is much missed and contemporary geopolitics are a faint rumor. There is a new 007, however: Nomi (Lashana Lynch), who has been given Bond’s old ID number and who has a similar skill set, including the ability to rattle off one-liners in the middle of a gunfight. Her presence seems at once to gesture in the direction of recurrent arguments about Bond casting — does the character have to be male? must he always be white? — and to wave them away. A Nomi franchise could be interesting, but I won’t hold my breath.

The future of James Bond, in any case, is a topic for another day. While we’re on the subject of time, I’ll say that if No Time to Die were 90 minutes long, it might be worth yours. Fukunaga has a crisp, stylish way with action, and some of the set pieces have the flair and inventiveness of musical numbers, most notably a party in Havana where Ana de Armas shows up to play Cyd Charisse to Craig’s Gene Kelly. That sequence feels like a throwback and an update, reprising the Bond tradition of elegance, charm and high silliness.

Oh well. There are still hours of Lyutsiferian nonsense to endure. The final showdown, an interminable search-and-rescue mission on an island compound off the coast of Japan, supposes that what the fans want more than anything else is weepy, wheezy cliché-mongering. The villain explains himself at great length, and proposes that he and the hero are mirror images of each other. We’ve never heard that one before. “We are two heroes in a tragedy of our own making,” he whines. But it isn’t a tragedy. It’s a mistake.

* * *

Independent (01/10/2021)
Clarisse Loughrey

Recensione No Time To Die: l’ultimo evviva di Daniel Craig è deludente e stranamente anti-climatico
Mentre Craig è una consumata star d’azione, la visione più radicale di James Bond del regista Cary Joji Fukunaga è fugace, il suo film è un baraccone a rotazione di vecchi personaggi e trame

Cary Joji Fukunaga ha realizzato un capolavoro di cinema d’azione con  No Time to Die  – è solo un peccato che fosse un film di James Bond. Nonostante tutti i ritardi, le voci sulla partenza di Danny Boyle, i mesi trascorsi a costruire l’ultimo addio di Daniel Craig nel ruolo, la cosa più deludente del film è quanto stranamente anti-climatica sembri l’intera faccenda. La premessa principale, con una sceneggiatura parzialmente accreditata ai regolari di Bond Neal Purvis e Robert Wade, è semplicemente una sciocchezza da spionaggio più generica: un’arma biologica di distruzione di massa conosciuta solo come Heracles, ora dotata di un vantaggio tecnologico, è stata rubata da un laboratorio segreto dal malvagio SPECTRE. Il Bond di Craig, nascosto e in pensione su una remota isola tropicale, dall’aspetto trasandato come Tom Hanks in Castaway, viene inevitabilmente trascinato nella mischia.

L’uomo dietro il sipario, il cattivo del film, è Lyutsifer Safin (Rami Malek), che in realtà è solo una slegata accozzaglia di tratti pescati tra i cattivi del manuale bondiano. La tana, gli scagnozzi, la vendetta personale: sono le stesse idee riciclate senza molto talento. Lo stesso Malek non dà quasi nulla al ruolo oltre all’accento e alle false cicatrici che indossa. Il franchise di Bond sarà mai in grado di superare il dannoso cliché dell’associare le deturpazioni facciali alla malvagità? Alcuni cenni al passato sono più graditi di altri. Craig-Bond, all’inizio, fa eco alle parole di George Lazenby in Agente 007 – Al servizio segreto di Sua Maestà, pronunciate notoriamente mentre stringeva il cadavere di sua moglie Tracy (Diana Rigg): “Abbiamo tutto il tempo del mondo”.

Quando Craig pronuncia la stessa frase, sulle note in sottofondo di “We Have All the Time in the World” di Louis Armstrong, assume un nuovo significato. L’ironia non è tanto che il beato lieto fine promesso alla fine di Spectre, mentre svolazzava tra le braccia di Madeleine Swann (Léa Seydoux), non è costruito per durare, ma che lo stesso Craig sa che è ora per lui di dire addio al ruolo. No Time to Die è al suo meglio quando consente alla stanza dell’attore di fare il suo ultimo inchino con grazia e stile, permettendogli di lasciare il franchise non solo con una buona dose di dignità, ma anche con il ricordo di aver dato un’anima a Bond.

In  No Time to Die è talmente brillante da mettere in ombra tutto ciò che lo circonda. I suoi lineamenti scolpiti nel granito si accartocciano proprio in questo modo, sempre al momento giusto: il suo Bond contiene un oceano di emozioni malconce che cercano di raggiungere la superficie.

E sarà anche ricordato come una consumata star dell’azione, da quando ha messo a segno il primo pugno brutale nel 2006 in  Casino Royale. No Time to Die  dà il meglio di sé quando a Fukunaga viene data la libertà di eguagliare quell’energia. Il regista ha maturato tutta la sua esperienza nella televisione di prestigio, compreso il suo lavoro in  True Detective  e  Maniac, e ha realizzato un Bond così elettrizzante che vira in qualcosa di vicino all’orrore. Ci sono scene in No Time to Die che suggeriscono che questo potrebbe essere l’Inferno dantesco del franchise,   sia che 007 stia scendendo in una foresta europea intasata di nebbia o una festa baccanale in una fatiscente villa cubana. È sorprendentemente grottesco. E ogni tanto quasi poetico.

Ma la visione più radicale del Bond di Fukunaga è fugace. È un buon film che è stato costretto a sferragliare nell’universo di Bond come un ingranaggio allentato. L’ossessione di Hollywood per la connettività, innescata dal successo del Marvel Cinematic Universe, ha avvelenato definitivamente il franchise di Bond? È possibile.

Il film si trasforma presto in uno spettacolo dove si alternano a rotazione vecchi personaggi e trame. Il lieto fine felice che gli è stato promesso alla fine di  Spectre, tra le braccia di Madeleine Swann (Lea Seydoux), non dura a lungo – ovviamente. Il Blofeld di Christoph Waltz, ora in prigione, fa una doverosa apparizione. Così come l’agente della CIA di Jeffrey Wright, Felix Leiter. Moneypenny (Naomie Harris), Q (Ben Whishaw) e M (Ralph Fiennes) si aggirano tutti intorno ai bordi. Questi sono filoni, personaggi e idee che sono stati messi insieme senza pensarci troppo. Sono qui perché sembra che dovrebbero esserci, per dare a Craig il suo ultimo urrà. Nel frattempo, il franchise non riesce ancora a superare la perfezione di una Bond girl come Eva Green in Casino Royale, e Léa Seydoux è costretta a fare i conti con questo fatto, cinque film dopo.

E nonostante i contributi molto pubblicizzati di Phoebe Waller-Bridge alla sceneggiatura del film,  No Time to Die  non sembra la riscrittura femminista radicale che ci era stata promessa. A suo merito, le donne (meno il personaggio di Seydoux, che è sempre scontroso) si divertono invece di limitarsi a girovagare come donne robot competenti. Paloma, l’agente principiante di Ana de Armas, Paloma, sembra essere l’audizione per il suo prossimo film biografico su Marilyn Monroe, e Lashana Lynch, come rivale di 00, è una tale forza di carisma che sembra inutile cercare un nuovo Bond quando sicuramente il futuro del franchise è già in piedi proprio lì.

Ma al di là di ogni potenziale per apparizioni future, servono solo come accessori per un film che non sa bene cosa fare o cosa sia – sa solo che Craig è al centro di esso.

No Time To Die review: Daniel Craig’s last hurrah is disappointing and strangely anti-climactic
While Craig is a consummate action star, director Cary Joji Fukunaga’s more radical vision of James Bond is fleeting, his film a rotating sideshow of old characters and plot points

Cary Joji Fukunaga has made a smashing piece of action cinema with No Time to Die – it’s just a shame it had to be a Bond film. For all the delays, the rumours around Danny Boyle’s departure, the months spent building up Daniel Craig’s final farewell in the role, what’s most disappointing about the film is how strangely anti-climatic the whole thing feels. The core premise, with a script partially credited to Bond regulars Neal Purvis and Robert Wade, is simply more generic spy nonsense: a biological weapon of mass destruction known only as Heracles, now given a technological edge, has been stolen from a secret laboratory by the villainous SPECTRE. Craig’s Bond, who’s in both hiding and retirement on a remote tropical island, looking as scraggly as Tom Hanks in Castaway, is inevitably pulled into the fray.

The man behind the curtain, the billed villain of the piece, is Lyutsifer Safin (Rami Malek), who’s really just a loosely tied fistful of character traits pulled from the Bond villain playbook. The lair, the henchmen, the personal vendetta – it’s the same ideas recycled without much flair. Malek himself gives almost nothing to the role beyond the accent and the fake scars he wears. Will the Bond franchise ever be able to move past the damaging trope of associating facial disfigurements with villainy? Some nods to the past are more welcome than others. Craig’s Bond, early on, echoes the words of George Lazenby in On Her Majesty’s Secret Service, famously uttered while he clutched the dead body of his wife Tracy (Diana Rigg): “We have all the time in the world.”

When Craig says that same line, the strings of  Louis Armstrong’s “We Have All the Time in the World” swelling in the background, it takes on a new meaning. The irony isn’t so much that the blissful happy ending promised at the end of Spectre, as he swanned off in the arms of Madeleine Swann (Léa Seydoux), isn’t built to last, but that Craig himself knows that it’s time for him to say goodbye to the role. No Time to Die is at its very best when it allows the actor room to take his final curtsy with both grace and style, allowing him to leave the franchise with not only a good dollop of dignity, but a reminder that he gave Bond a soul.

And he is brilliant in No Time to Die, in a way that outshines everything around him. His granite-carved features crumple in just such a way, always at the right moment – his Bond contains an ocean of battered emotions trying to reach the surface.

And he will be remembered, too, as a consummate action star, ever since he landed that first brutal punch in 2006’s Casino RoyaleNo Time to Die is at its best when Fukunaga is given the freedom to match that energy. The director has taken all of his experience in prestige television, including his work on True Detective and Maniac, and delivered a Bond that is so thrillingly tense, it veers into something close to horror. There are scenes in No Time to Die that suggest this might be the franchise’s own Dante’s Inferno – whether 007 is descending into a mist-clogged European forest or a Bacchanalian party in a crumbling Cuban mansion. It’s surprisingly grotesque. And occasionally almost poetic.

But Fukunaga’s more radical vision of Bond is fleeting. It’s a good film that’s been forced to rattle around in the Bond universe like a loose cog. Has Hollywood’s obsession with connectivity, sparked by the success of the Marvel Cinematic Universe, poisoned the Bond franchise for good? Possibly.

The film soon devolves into a rotating sideshow of old characters and plot points. The blissful happy ending that he was promised at the end of Spectre, in the arms of Madeleine Swann (Lea Seydoux), doesn’t last long – of course. Christoph Waltz’s now imprisoned Blofeld makes a dutiful appearance. As does Jeffrey Wright’s CIA agent Felix Leiter. Moneypenny (Naomie Harris), Q (Ben Whishaw), and M (Ralph Fiennes) all hover round the edges. These are strands, characters and ideas that have been pulled together without much thought. They’re here because it feels like they should be, to give Craig his last hoorah. Meanwhile, the franchise still can’t move on from how perfect a Bond girl Eva Green was in Casino Royale, and Léa Seydoux is forced to contend with that fact, five films on.

And despite Phoebe Waller-Bridge’s much-publicised contributions to the film’s script, No Time to Die hardly feels like the radical feminist rewrite we were promised. To her credit, the women (minus Seydoux’s character, who’s always sullen) get to have fun instead of merely traipsing around like over competent femme bots. Ana de Armas’s newbie agent Paloma feels like the audition for her upcoming Marilyn Monroe biopic, and Lashana Lynch, as a rival 00, is such a force of charisma that it feels pointless to look for a new Bond when surely the future of the franchise is already standing right there.

But beyond any potential for future appearances, they only serve as accessories to a film that doesn’t quite know what to do or what it is – it only knows that Craig lies at the very heart of it.

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