Dune (2021) | Recensioni

Viaggio mitico ed emozionante di un eroe, Dune narra la storia di Paul Atreides, giovane brillante e dotato di talento, nato per andare incontro a un destino più grande della sua immaginazione, che deve raggiungere il più pericoloso pianeta dell’universo per assicurare un futuro alla sua famiglia e al suo popolo.
Josh Brolin e Timothée Chalamet in una scena di «Dune»

Viaggio mitico ed emozionante di un eroe, Dune narra la storia di Paul Atreides, giovane brillante e dotato di talento, nato per andare incontro a un destino più grande della sua immaginazione, che deve raggiungere il più pericoloso pianeta dell’universo per assicurare un futuro alla sua famiglia e al suo popolo. Mentre forze malvagie combattono per l’esclusivo possesso della più preziosa risorsa esistente sul pianeta – una spezia capace di liberare tutte le potenzialità della mente umana – solo chi vincerà le proprie paure riuscirà a sopravvivere.

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Corriere della Sera (16/09/2021)
Paolo Mereghetti

«Dune», l’atmosfera medioevale del pianeta fantastico Arrakis (voto 6½)
Il regista Denis Villeneuve sceglie di restare ancorato a un realismo di tipo più tradizionale per la sua nuova opera

In anni in cui la tecnologia digitale pare aver tolto ogni limite creativo, il regista Denis Villeneuve (e con lui la Warner) sembrano aver voluto sfidare di proposito questa libertà e, scegliendo di adattare il fluviale romanzo «Dune» di Frank Herbert, aver voluto porsi nuovi e più ardui ostacoli. A cominciare dalla scommessa di far coincidere le esigenze della spettacolarità mainstream hollywoodiana con le ambizioni d’autore di chi aveva «riletto» «Blade Runner» diretto da Ridley Scott nel 1982 .

Scegliendo, curiosamente, un percorso inverso, perché se nel sequel ambientato nel 2049 aveva immaginato che la realtà virtuale potesse aver soppiantato quella reale, ricreando qui il mondo fantastico del pianeta Arrakis (conosciuto anche come Dune, che è anche il titolo del film) il regista sceglie di restare ancorato a un realismo di tipo più tradizionale. Anche se filtrato attraverso l’immaginazione di Moebius (i cui disegni preparatori per il film mai fatto di Jodorowsky sembrano ben presenti nel lavoro finale del production designer Patrice Vermette).

Era forse l’unico modo, quello di un più «tradizionale» verismo scenografico, per non tradire le ambizioni politiche che erano alla base dell’opera di Frank Herbert e che quando il romanzo uscì (a puntate, nel 1963-64) ne fecero un successo non solo tra i lettori di fantascienza ma anche per quelle generazioni che stavano preparando il Sessantotto. A cominciare dai suoi toni profetici sul rifiuto del consumismo e sulle preoccupazioni ecologiche contro lo sfruttamento delle risorse naturali.

La sfida, allora, era quella di riunire insieme tutte queste caratteristiche, compresa l’atmosfera medioevale che aleggia su tutto il romanzo, dove il mondo in cui si scontrano gli Atreides e gli Harkonnen viene descritto come «apertamente feudale» (lo fa giustamente rilevare Sandro Pergamo nell’introduzione alla nuova traduzione del romanzo pubblicata dall’editore Fanucci). Senza naturalmente dimenticare la dimensione cristologica del giovane Paul Atreides (Timothée Chalamet), sulle cui spalle poggia tutta la saga.

Lo intuiamo subito quando lo vediamo istruito nel combattimento dal fedele Gurney Halleck (Josh Brolin) e poi coinvolto dal padre duca Leto (Oscar Isaac ) nell’accettare l’ordine imperiale che nomina gli Atreides nuovi «signori» del pianeta Arrakis, distesa desertica e inospitale di nessun interesse se non fosse che è la principale fonte del «melange», prodotto essenziale per la sopravvivenza dell’intera galassia. E che fino ad allora era stata raccolta e commercializzata dagli avidi Harkonnen del barone Vladimir (Stellan Skarsgård).

Un cambio di gestione inaspettato e sospetto, che nasconde un subdolo piano dello stesso Imperatore preoccupato della troppa popolarità degli Atreides, nobili e generosi, e che sta tramando nell’ombra per trasformare quell’investitura in una trappola. Di cui naturalmente il duca Leto ha sentore ma contro cui nulla può, se non sperare nell’aiuto della concubina Lady Jessica (Rebecca Ferguson), madre del giovane Paul e parte della misteriosa setta delle Bene Gesserit, a una delle quali (Charlotte Rampling) è affidato il compito di verificare le potenzialità ancora inespresse del giovane Atreides.

Come è facile intuire, il materiale narrativo è molto complesso e Villeneuve (che firma la sceneggiatura con Jon Spaihts e Eric Roth) non lavora di forbici, anzi sembra compiacersi nell’aggiungere nuovi personaggi e nuove situazioni. E questo è il principale rimprovero che gli si può fare, di aver voluto inseguire la complessità labirintica del romanzo (che conta più di 600 pagine), probabilmente per differenziarsi da chi quella storia aveva già portato sullo schermo (David Lynch nel 1984) e da chi ne aveva tratto ispirazioni e spunti (a cominciare da George Lucas e «Star Wars»).

Un’operazione non totalmente riuscita, che si affida troppo alla musica tonitruante di Hans Zimmer e che finisce per fermarsi — dopo 155 minuti — sul più bello, quando finalmente Paul Atreides ha capito il destino che lo attende e che dovrebbe realizzare in una seconda parte che però è ancora molto lontano dall’essere pronta.

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IO Donna (17/09/2021)
Paolo Mereghetti

“Dune” di Denis Villeneuve con Timothée Chalamet. La recensione di Paolo Mereghetti
La lotta tra le dinastie degli Atreides e degli Harkonnen sull’inospitale pianeta Arrakis, diventa nella mega-produzione Warner un braccio di ferro tra le ambizioni del cinema e la complessità del testo letterario

Caposaldo della letteratura fantascientifica, la saga inventata da Frank Herbert ha affascinato lettori di tutto il mondo (12 milioni di copie vendute: un’enormità!) e tentato molti registi: Jodorowsky l’ha vanamente inseguita, Lucas l’ha metabolizzata dentro Star Wars, Lynch ha cercato di sintetizzarla (finendo sconfitto da De Laurentiis più che dalla sua ambizione) e adesso Villeneuve la “sfida” sul suo terreno, quello del gigantismo.

La lotta tra le dinastie degli Atreides e degli Harkonnen sull’inospitale pianeta Arrakis, diventa nella mega-produzione Warner un braccio di ferro tra le ambizioni del cinema e la complessità del testo letterario, dove si intrecciano temi ecologici (lo sfruttamento della natura), dilemmi morali (tradimento e infedeltà), letture parafemministe (la centralità delle donne della setta Bene Gesserit) e naturalmente scelte spettacolari.

Una scommessa che alla fine sembra aver preso la mano del regista stesso (“un’introduzione” di due ore e mezzo – il film si chiude sul più bello, quando finalmente il giovane principe Paul dovrà dimostrare di essere l’Eletto – è francamente eccessiva), ma che conferma l’ambizione, produttiva e spettacolare, a cui può aspirare il grande cinema. Per chi ama i super-spettacoli hollywoodiani.

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Il Sole 24 Ore (17/09/2021)
Andrea Chimento

«Dune», l’ambizioso kolossal di Denis Villeneuve è il protagonista del weekend
Nelle sale l’attesissimo lungometraggio del regista canadese con Timothée Chalamet, Zendaya e tantissimi altri volti noti

Uno dei film più attesi dell’anno è l’assoluto protagonista del weekend in sala: «Dune» di Denis Villeneuve arriva al cinema, sperando di ottenere grandi risultati ai botteghini di tutto il mondo.

Presentato fuori concorso all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, il film è un nuovo adattamento del romanzo di Frank Herbert del 1965, che ha dato poi il via a una vera e propria saga letteraria. Ci avevano già provato altri registi importanti come Alejandro Jodorowsky (opera non realizzata) e David Lynch (con una trasposizione del 1984 che è tra i film meno riusciti del grande regista americano) a portare sul grande schermo il complicato testo di Herbert, ma Villeneuve ama raccogliere le sfide, dopo aver realizzato un ottimo sequel del «Blade Runner» di Ridley Scott.

Fedele alle pagine del libro
Si tratta del primo capitolo di un’ipotetica saga cinematografica (tanto che il finale apre già direttamente al seguito), che rimane fedele alle pagine del libro di partenza per raccontare la storia di Paul Atreides, giovane nato per andare incontro a un destino più grande della sua immaginazione. Mentre forze malvagie combattono per l’esclusivo possesso della più preziosa risorsa esistente sul pianeta – una spezia capace di liberare tutte le potenzialità della mente umana – solo chi vincerà le proprie paure riuscirà a sopravvivere.

In circa 150 minuti di durata, la sceneggiatura (realizzata dal regista insieme a John Spaihts e Eric Roth) condensa tantissimo materiale narrativo, riuscendo però a semplificare molti passaggi per renderli il più possibile fruibili.

Un grande spettacolo con alcuni cali di troppo
Non mancano di certo coraggio e ambizione a Denis Villeneuve, che conferma il suo notevole talento registico con una lunga serie di sequenze visivamente magnifiche, sia per l’uso dei colori, sia per la costruzione di ogni inquadratura.Chi è in cerca di un film ad alto tasso spettacolare non rimarrà deluso, ma durante la visione ci sono diversi cali di troppo, soprattutto in una seconda parte che perde l’ottimo ritmo iniziale.Il risultato è un film che fa bene il suo dovere e intrattiene nel modo giusto, ma da Villeneuve ci si poteva aspettare anche qualcosa di più, soprattutto in termini di forza drammaturgica.

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il Manifesto (04/09/2021)
Antonello Catacchio

Dune, battaglie 4.0 e spezie lisergiche nel deserto del pianeta Arrakis
Venezia 78. Fuori concorso torna l’epopea sci-fi con la versione di Denis Villeneuve del classico «Dune». Adattamento dal libro di Frank Herbert, protagonista Timothée Chalamet

Era il 1963 quando Frank Herbert cominciò a pubblicare su Analog il primo libro della saga dedicata a Dune, poi divenuto romanzo in coppia con il sequel nel 1965, mentre altri sono seguiti poi, anche a firma del figlio Brian dopo la morte di Frank. Il primo che volle cimentarsi con la saga (salutata da un successo editoriale travolgente) fu Alejandro Jodorowsky, che coinvolse nel suo progetto moltissimi artisti di vari campi. Ma nessuno se la sentì di produrre un film di tale portata affidandosi al creativo ma stravagante regista messicano che ha poi raccontato in un documentario quella storia di film incompiuto.

Di quel lavoro rimane anche un fumetto realizzato con Moebius nel ciclo l’Incal. Non tutto però andò buttato via, sia per Alien che per Blade Runner e per il Dune di David Lynch del 1984 (già talentuosissimo ma ancora alle prime armi) vennero rispolverate moltissime idee e soluzioni dal fantascientifico progetto incompiuto. All’epoca ci fu grande attesa per quella versione che prometteva moltissimo, ma aveva anche preteso molto produttivamente preoccupando non poco e a ragione Dino De Laurentiis. La delusione, economica, fu piuttosto forte, anche se con l’homevideo il film ha continuato a macinare come fenomeno cult.

Ora ci riprova Denis Villeneuve, armato di una tecnologia inimmaginabile alcuni decenni fa. La storia è sempre la stessa. Siamo intorno all’anno 10mila, il pianeta Arrakis è un immenso deserto, si sarebbe potuto bonificare, ma solo lì si trova una spezia-droga, unica in grado di consentire ai piloti i voli nell’universo.

E l’imperatore intimorito dalla potenza e dalla ricchezza della casata Harkonnen, che controlla il traffico, decide di soppiantarli con la vigorosa casata Atreides, sapendo che un eventuale conflitto indebolirebbe entrambi. Aggiungete un pizzico di esoterismo, di strumenti futuribili, di vermoni giganti che si muovono sotto sabbia, una profezia messianica e avrete già il quadro di tutto quello che anima un racconto di oltre due ore e mezza, in attesa dell’annunciato sequel.

Quel che invece non si può immaginare è l’impatto visivo del film, capace di saccheggiare (o se volete di ispirarsi) a molte pellicole, fantascientifiche e non, nel costruire le scene. Si può ritrovare L’ultimo imperatore quando la delegazione imperiale scende dall’astronave accolta dagli Atreides, le tute dei soldati rievocano quelle di Guerre stellari, alcuni aggeggi sembrano usciti dalla mente di Q, l’ingegnere di 007. Tutto lecito, per un lavoro che avrebbe dovuto puntare molto sull’Imax («è stato sognato, disegnato e girato per questo» dice il regista) e in seconda battuta sulle sale cinematografiche rimasto però imbrigliato dalla pandemia. Infatti Villeneuve in conferenza stampa ha voluto sottolineare come questi «siano tempi difficili, per tutti. Prima la sicurezza, ma se il pubblico si dovesse sentire tranquillo io lo incoraggerei a vedere il film su grande schermo».

In effetti, aldilà dei timori professionali, si tratta di un lavoro che non può essere inscatolato, neppure su un televisore gigante, bisogna farsi avvolgere e farselo scorrere addosso, guardarlo con gli occhi, sentirlo sulla pelle, avvertirne le vibrazioni altrimenti il rischio è quello di rimanere totalmente indifferenti rispetto all’ennesima storia fantascientifica, un po’ fracassona. Eppure, mentre in Italia uscirà il 16 settembre in sala, negli Stati uniti verrà proiettato solo il 22 ottobre ma in contemporanea con lo streaming Hbo Max.

Naturalmente in un film di questa portata il cast è stellare, a cominciare dal cameo di Charlotte Rampling (quasi irriconoscibile e velata nella parte che fu di Silvana Mangano). Ma i protagonisti sono altri, Timothée Chalamet ormai lanciatissimo nell’olimpo hollywoodiano, sua mamma Rebecca Ferguson, Oscar Isaac, Josh Brolin, Josh Brolin, Stellan Skarsgård, poi Zendaya e la spiazzante apparizione di Javier Bardem entrambi in versione occhio blu, come tutti i Fremen, i nativi di Arrakis.

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Cineforum (14/09/2021)
Lorenzo Rossi

L’idea senz’altro più indovinata di Villeneuve – insieme con gli altri sceneggiatori Jon Spaihts e Eric Roth – nell’adattare Dune è stata quella di dividere il film in due parti. Soprattutto per fini commerciali: è evidente infatti come la creazione di un universo Dune destinato a perdurare, ripetersi e riciclarsi per molto tempo fra cinema e televisione, come da progetto, sia un’idea azzeccata e redditizia. Tuttavia è proprio la natura stratificata, espansa e seriale del romanzo di Frank Herbert a richiedere un adattamento a episodi (cosa peraltro già fatta in passato per la televisione). E del resto all’origine del fiasco della disgraziata riduzione lynchana del 1984 ci fu proprio il problema della durata e dei relativi tagli che resero la trama quasi incomprensibile.

Ecco perché nelle due ore e mezza abbondanti di questa prima parte si arrivi soltanto poco più in là della metà del romanzo e di fatto la storia si interrompa praticamente ancora al suo inizio, in un punto cruciale e ben lontana dal raggiungimento del proprio acme. Al di là dell’effetto sorpresa – destinato a quei pochi spettatori ignari degli sviluppi narrativi della storia – è una scelta che recupera il senso epico del libro e evidenzia ulteriormente gli accenti omerici del film. Capofila e opera simbolo della fantascienza umanista-new age degli anni Sessanta, il romanzo di Herbert ha infatti una struttura epica inconfondibilmente modellata sui classici e la cosmogonia che descrive è alla base di tutto il cinema che dagli anni Settanta in poi si è occupato di fantascienza (da Star Wars in avanti).

Un’eredità e un sostrato complessissimi da gestire e – come dimostra il film di Lynch – quasi impossibili da trasporre per il grande schermo. Villeneuve tuttavia riesce in un’impresa davvero ardua: confezionare un film in grado di risolvere l’indecifrabilità della trama e allo stesso tempo far emergere con grande efficacia le due cose che si richiedono a un’opera come questa, e cioè una resa estetica stupefacente e la capacità di dare ai personaggi (e ai rapporti fra loro) carattere e complessità. Riuscendo cioè proprio laddove Dune 1984 falliva irrimediabilmente.

Non soltanto per merito di effetti speciali inimmaginabili sino a pochi anni fa, ma anche per la capacità del regista di creare attraverso essi un universo visivo affascinante, che ricalca solo in parte quello cromaticamente affine di Blade Runner 2049. Esteticamente Dune somiglia pochissimo alla fantascienza che conosciamo e costruisce invece una sorta di mondo nuovo che rimanda in maniera sconcertante alla nostra contemporaneità.

E lo fa quasi inconsapevolmente, verrebbe da aggiungere. Arrakis, il pianeta al centro della storia, detto appunto “Dune”, ricorda l’Afghanistan del 2021: una terra desertica in cui un contingente di occupanti se ne va, uno nuovo arriva e si combattono guerre con le popolazioni native per una “spezia” il cui controllo consente di tenere in scacco l’intera galassia. È chiaro come la metafora geopolitica e l’afflato umanista stessero già nel romanzo di Herbert, ma questo confronto così diretto e utilizzabile come chiave di lettura del film che il presente fornisce mette quasi i brividi.

La commistione fra il lirismo mitologico dei riferimenti classici, la sensibilità di Villeneuve nel costruire un universo estetico tanto evocativo e la capacità degli autori di coniugare la parte action a quella più filosofica della fantascienza, non sarebbe tanto efficace senza la solidità di un racconto capace di tenere le fila di una storia, come si diceva, tanto tortuosa e disordinata. Le molteplici trame e gli altrettanto numerosi personaggi, ma anche le lunghe introspezioni, le meditazioni e il misticismo cui il romanzo dà voce sono difficilissime da rendere al cinema.

Villeneuve ci riesce abbandonando la strada della voce off che esplicita i pensieri dei personaggi cui ricorreva Lynch ed evitando inutili e lunghe spiegazioni (come quella dell’imperatrice nel lungo incipit che Villeneuve sostituisce con una sola frase pronunciata dal personaggio di Chani). Ma affidandosi soprattutto alla struttura universale della storia e alla sua immediata intelligibilità – su un modello che potremmo definire scespiriano – anche a prescindere dai risvolti più oscuri del racconto. Ogni dettaglio, anche quelli di natura mistico-religiosa o sensoriali sono resi con fluidità e senza ampollose illustrazioni.

Il risultato è un film spudoratamente contemporaneo – cosa avvertibile già guardando il cast – ricco di sfumature politiche e capace di rileggere la fantascienza umanista-positivista di Herbert in chiave marcatamente più oscura. Suggerendo in filigrana un senso di allarme e sfiducia per il futuro. O almeno così ci è sembrato fin qui avendo visto solo la prima metà. Il resto promette bene, a patto che riesca a reggere il confronto con le smisurate ambizioni del proprio autore.

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