Recensione | The Old Guard (2020)

Charlize Theron guida una squadra di immortali mercenari il cui potere è esposto alla vulnerabilità nel thriller d'azione diretto da Gina Prince-Bythewood per Netflix e basato su una serie a fumetti.
The Old Guard (2020)

Charlize Theron guida una squadra di immortali mercenari il cui potere è esposto alla vulnerabilità nel thriller d’azione diretto da Gina Prince-Bythewood per Netflix e basato su una serie a fumetti.

di David Rooney

Con The Old Guard Gina Prince-Bythewood si allontana con coraggio e a passi sicuri dall’intimo dramma romantico di due intense opere precedenti come Love & Basketball e Beyond the Lights e fornisce un’argomentazione convincente, che non dovrebbe essere ancora richiesta, per consegnare più spesso alle donne le redini di film d’azione su grande scala. Detto questo, ciò che rende così avvincente questo adattamento di un fumetto così distintivo è la fiducia che ripone nel suo pubblico per rimanere incollato attraverso i silenziosi interludi di costruzione del personaggio intrecciati tra varie emozionanti scene di combattimento che raggiungono l’apice nella resa dei conti finale abilmente coreografata.

Condotto con autorità da Charlize Theron, affiancata dalla rivelazione KiKi Layne, questo materiale da supereroe insolitamente dotato di un’anima si radica saldamente in situazioni del mondo reale. In realtà, definire il film di Netflix come un film di supereroi sembra riduttivo data la malinconica ambivalenza mostrata dai suoi protagonisti nei confronti dei loro poteri. Ma è sicuramente vicino ai quel genere e una gradita sorpresa per quelli di noi che desiderano più stratificazioni emotive e elementi drammatici e meno “wham!kapow!” tipici del gergo fumettistico.

Questo è un film per il grande pubblico che beneficia enormemente della sua intelligenza e inclusività: The Old Guard mette in mostra l’autorevole lavoro di una donna di colore nella sedia del regista; un energetico ruolo da co-protagonista per un’attrice nera con elementi interessanti messi in atto per la sua rilevanza in future puntate (contatemi pure); e, inaspettatamente, offre una scossa nella positiva rappresentazione degli omosessuali, attraverso personaggi gay il cui amore è riaffermato con tono di sfida di fronte allo scherno machista.

Adattando la sua serie di graphic novels (illustrati da Leandro Fernandez), lo sceneggiatore Greg Rucka aggiunge anche texure attraverso la sua delicata osservazione del trauma persistente della guerra, il peso della violenza e la perdita della famiglia mentre basa il villano della storia sul ritratto di un capitalismo da XXI secolo che attenua i confini tra avidità e sadismo. Trasformare l’antagonista principale degli eroi in un maniacale nerd disadattato che dirige una grande società farmaceutica – interpretato da Harry Melling, il Dudley Dursley del franchise di Harry Potter, diventato grande – non fa che aumentare la posta in gioco di superpoteri che combattono contro i mali dilaganti del nostro mondo contemporaneo .

Theron interpreta Andromache of Scythia, Andy per gli amici, capo di un coeso gruppo di guerrieri che non possono essere uccisi, rigenerandosi ogni volta che muoiono. I suoi compagni d’armi Joe (Marwan Kenzari) e Nicky (Luca Marinelli) si incontrarono e innamorarono mentre combattevano su fronti opposti nelle Crociate, mentre il responsabile della logistica Booker (Matthias Schoenaerts) fu massacrato per la prima volta nelle guerre napoleoniche. L’arma preferita di Andy è un’ascia medievale a doppia testa – o una versione moderna di un’ascia – ma il suo personaggio risale a tempi ancora di più lontani, a giudicare dall’origine greco antico del suo nome.

Il gruppo non ha appellativi accattivanti, come gli Avengers, né il loro codice morale è inizialmente chiaro. Alla domanda se sono bravi o cattivi ragazzi, uno di loro risponde: “Dipende dal secolo”. Fondamentalmente, sono mercenari mortali, soldati a noleggio indotti a risolvere situazioni terribili. Ma Andy è disillusa dall’incapacità dell’umanità di riscattarsi anche dopo secoli di interventi. “Il mondo può bruciare per quanto mi riguarda”, afferma. “Ho finito.” È come una stanca vampira per la quale la vita eterna è più una maledizione che una benedizione.

Andy, seppur con riluttanza, accetta di rimettersi in azione quando il gruppo viene reclutato dall’ex agente della CIA Copley (Chiwetel Ejiofor) per salvare 17 giovani studenti rapiti nel Sud Sudan (un richiamo ai rapimenti di Boko Haram del 2014 in Nigeria.) Ma quella missione si rivela essere una trappola, rivelando che un nemico è a conoscenza della loro esistenza fino a quel momento tenuta accuratamente nascosta.

Nel frattempo hanno tutti la stessa visione di un “risveglio”, l’emergere per la prima volta in secoli di un nuovo immortale, quando Nile Freeman (Layne), un Marine degli Stati Uniti, ha la gola squarciata durante una missione in Afghanistan e si riprende rapidamente. Le visioni sono reciproche; in un incubo, brevi frammenti del passato di Andy appaiono a Nile,  portando alla luce due retroscena che includono la morte del compagno originale di quest’ultima (la prima indicazione che la loro immortalità non è assoluta) e il destino crudele incontrato dalla sua amata compagna Quynh (Van Veronica Ngo, vista di recente nella parte di Hanoi Hannah nel film di Spike Lee Da 5 Bloods).

Prince-Bythewood si prende cura di farci familiarizzare con i personaggi nella parte iniziale del film, che include tanta azione con un misto di armi, pugni, spade e arti marziali, allo scopo di stimolare l’appetito per gli scontri più estesi a cui assistiamo nella seconda parte. Ciò è evidente soprattutto nelle pungenti interazioni tra Andy e Nile, poiché l’eterna guerriera strappa la neonata sorella dal controllo militare. Sconvolta da ciò che le sta accadendo, Nile oppone resistenza, in particolare in un martellante combattimento corpo a corpo con Andy nella stiva di un aereo da trasporto.

Nile ha a malapena il tempo di accettare la sua nuova parentela prima quando il gruppo cade in un’imboscata in una casa sicura fuori Parigi e due membri catturati da una squadra paramilitare che lavora per Merrick (Melling), CEO della compagnia farmaceutica che porta il suo nome. Avendo fatto fortuna con i trattamenti contro il cancro, è determinato a trovare un farmaco per invertire il declino cognitivo, ma i suoi motivi non sono altruistici. Il suo laboratorio di ricerca evoca le ombre della sperimentazione umana nazista mentre la scienziata alle sue dipendenze (Anamaria Marinca) preleva campioni di sangue e di tessuto dai rapiti per replicare il loro DNA.

Merrick vuole che il resto del gruppo venga catturato per tenerlo fuori dalla portata dei suoi concorrenti. Ma Andy, sempre tormentata dal rimorso di non aver saputo proteggere Quynh, promette di liberare i suoi compagni. La sceneggiatura di Rucka introduce abilmente battute d’arresto, tradimenti interni, incertezze sulla dedizione alla causa da parte di Nile e un cambio di parti di un personaggio, mentre i soccorritori si preparano ad affrontare le guardie del corpo di Merrick in un intenso atto finale  ricco di combattimenti elegantemente coreografati.

Theron ha accumulato serie credenziali da eroina di film d’azione in pellicole come Atomic Blonde e, soprattutto, in Mad Max: Fury Road; qui interpreta un altro tipo di Furiosa, gravata dai ricordi di innumerevoli tragedie che risalgono al passato. Vestita di nero essenziale, con i capelli scuri in un caschetto con la riga laterale, appare tonica e forte, muovendosi con disinvolta spavalderia. Ma è il cupo tormento interiore del personaggio, il bagaglio psicologico che trasporta, a crearne la sua dimensione. Una delle sue scene migliori è un tenero scambio di battute con una farmacista francese che le cura le ferite, scena in cui la gentilezza della sconosciuta fa dimenticare a Andy lo stanco disgusto per i fallimenti dell’umanità.

Layne, così brillante in If Beale Street Could Talk, di Barry Jenkins, si è rafforzata in modo convincente, respingendo il non richiesto tutoraggio di Andy con palpabile rabbia e al contempo facendo lentamente i conti con il dolore causato dalla perdita della sua famiglia e di essersi arruolata in una vita da trascorrere nell’ombra. In una scena dai forti contenuti emotivi tra Nile e Booker, osserviamo il ticchettio della sua mente sulla via da percorrere mentre l’uomo si apre sul dolore causato da dover guardare le persone che ama invecchiare e morire mentre lui non invecchia mai. Schoenaerts, un attore dalla naturale fisicità accompagnata da un lato introspettivo, dà al suo ruolo una delicata profondità.

Tutti i personaggi sono ben delineati, con Kenzari e Marinelli che mostrano un amore affettuoso rafforzatosi nel corso dei millenni. A differenza, diciamo, del garbato riconoscimento della sessualità di Sulu in Star Trek Beyond, o dell’ambiguità nei ritratti sullo schermo di personaggi omosessuali dei fumetti nei film della MCU [Marvel Cinematic Universe], Prince-Bythewood e i suoi attori trattano l’unione di Joe e Nicky con sfacciato candore.

Melling dà volto alla malvagità delle corporazioni con adeguata sgradevolezza, interpretando Merrick con un’intensità da topo di fogna e un distorto senso del potere in proporzione inversa alla sua presenza fisica; ed Ejiofor rivela conflitti interiori che tormentano il personaggio di Copley, mettendo le basi per un suo ruolo permanente se questo film dovesse generare un sequel. Prestate attenzione a una breve coda, sei mesi dopo l’azione principale, che dà un’indicazione esplicita di come un altro personaggio potrebbe figurare in un eventuale seguito.

C’è una piacevole dinamica nella narrazione che passa attraverso ambientazioni in Africa, Asia meridionale, Francia rurale e Londra. Prince-Bythewood ha fatto tesoro dell’esperienza maturata in televisione sui set di Cloak & Dagger e Shots Fired utilizzandoli come trampolino di lancio per un film con più azione rispetto al suo lavoro precedente. Può avvalersi del dinamico lavoro fotografico di Tami Reiker e Barry Ackroyd (quest’ultimo ha mostrato la sua destrezza con le immagini ad alta tensione delle sue collaborazioni con Paul Greengrass), e il taglio incisivo del suo abituale editor Terilyn A. Shropshire.

Come sempre con Prince-Bythewood, l’uso della musica offre un valore aggiunto, con una partitura sottile di Volker Bertelmann e Dustin O’Halloran che incorpora techno come musica guida e varie percussioni. C’è anche un eclettico mix di parti vocali che comprende ambient, electropop, rap, hip-hop e R&B, principalmente in tagli morbidi e lenti che si combinano per dare al film una sensazione spirituale, simile a una trance, che approfondisce la sua enfasi tematica sul pedaggio psicologico della violenza.

Ci sembra che The Old Guard sia la sola nuova squadra di cui abbiamo bisogno.

[Traduzione di Chris Montanelli]

Articolo originario: David Rooney, The Hollywood Reporter, 3 Luglio 2020

 

 

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