Aki Kaurismäki fa il marxista «Io, al bar con i disoccupati»

«Racconto la recessione a Helsinki, qualcuno deve pur farlo». I suoi miti sono Bergman (dal quale ha comprato la cinepresa), Buñuel e Ozu.
Nuvole in Viaggio (1996)

L’INCONTRO
Il regista parla di «Nuvole in viaggio»
Aki Kaurismäki fa il marxista «Io, al bar con i disoccupati»

«Racconto la recessione a Helsinki, qualcuno deve pur farlo». I suoi miti sono Bergman (dal quale ha comprato la cinepresa), Buñuel e Ozu.

ROMA. «Bergman ha detto che dietro all’angolo c’è una vita da formiche: io ho comprato la sua cinepresa e ci ho girato una decina di film». È un Aki Kaurismäki stanco, a corto del suo graffiante umorismo e sempre più simile a certi suoi personaggi, quello che l’altra sera ha incontrato la stampa a Roma per presentare la sua ultima fatica: Nuvole in viaggio, folgorante parabola sulla disoccupazione, raccontata attraverso la storia di marito e moglie che dal giorno alla notte si ritrovano senza lavoro, sullo sfondo di una Helsinki in piena recessione, dove le aziende pubbliche sono costrette a tagliare il personale (lui perde l’impiego da tranviere) e i fast food prendono il posto di polverosi ristoranti di «classe» (lei è capo cameriera in uno di questi locali).

Il film, già uscito nelle sale, è stato accolto piuttosto bene dalla critica (c’è anche chi ha fatto paragoni con l’opera di Frank Capra per un inaspettato finale ottimista) e il regista finlandese parte proprio da qui, ringraziando per l’«interesse» che la stampa italiana ha dedicato alla sua pellicola. Un interesse che, del resto, nel nostro Paese ha sempre accolto i suoi film, destinati soprattutto ad un pubblico di fans pronti a non perdersi neanche un corto dell’autore di Leningrad cowboys go America.

La chiacchierata passa poi al tema di Nuvole in viaggio: «Perché ho parlato di disoccupazione? – prosegue il regista – . Semplice: perché è un problema e qualcuno doveva pur fare un film su un problema di questa portata. Nel paese dove vivo ho due bar e la mattina mi siedo insieme ai tanti disoccupati che vengono lì a bere, a passare la loro giornata. Li ascolto e capisco la loro vita: una vita difficile…». E che in Nuvole in viaggio ha voluto raccontare con il suo straordinario umorismo nero in grado di rendere comica la tragedia («Anche se non sono Fellini, sono felice che il pubblico colga lo spirito dei miei film», dice). Soffermandosi soprattutto su quelli che sono gli effetti psicologici prodotti dall’improvvisa «espulsione» dal circuito produttivo («Non voglio il sussidio di disoccupazione, non sono un poveraccio», continua a ripetere il protagonista del film).

Aki Kaurismäki prosegue, a tratti affannato, con la voce bassa e l’immancabile bicchiere di vino sul tavolo, seguito dallo sguardo attento della moglie, presente in sala (suoi sono i quadri del film che il regista «confessa» di aver portato sul set a sua insaputa). E il discorso passa al cinema in generale, allo stile, ai suoi «maestri». «Il cinema – prosegue – non è un lavoro onesto: è un lavoro a metà perché l’altra metà è fatta solo di bugie, lo nella mia vita ho fatto tanti lavori diversi, anche il lavapiatti, poi siccome mi sentivo un artista ho cominciato a fare film». Con Hollywood, poi, ha sempre il dente avvelenato. Dice che il «cinema americano parla solo di violenza e sesso e, invece, ci deve essere qualcuno che pensi al cinema inteso come stile. Per conto mio di stili ne ho due e questo probabilmente perché sono schizofrenico, ma questo mi dà la forza di continuare il mio lavoro». Come esempio di stile Kaurismäki cita l’opera di Bergman che riconosce come maestro assoluto. E di cui condivide, anzi, neanche mette in «discussione», la decisione di non andare al festival di Cannes, annunciata l’altro giorno dal regista svedese. Ancora tra i suoi maestri cita «Buñuel, Ozu, Kurosawa. Mi rendo che gli autori che amo sono tutti morti. Io sono ancora vivo, ma non credo di essere un regista». Che Kaurismäki ami la provocazione non è una novità. E perciò conclude con questo spirito la sua intervista: «I miei progetti futuri? Un film muto senza immagini, un secondo con pochi dialoghi e un terzo con molte parole ma stupide».—Gabriella Gallozzi

l’Unità, 16 aprile 1997

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